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Michael Pollan era intollerante al lattosio.

E non era una di quelle intolleranze che andavano di moda. Se avesse assunto del lattosio l'enorme scultura di un gabinetto, esposto nel suo Museo, non sarebbe rimasto solo un'opera concettuale.

Guardò emozionato il menù di Starbucks con su scritto il suo nome. Tom dall'altra parte della piazza alzò lo sguardo.

Perla osservava impaziente dal pelo dell'acqua. Quella mattina la Piazza del Mare brulicava di vita, per via della maratona. L'aria profumava di mele cotte per via delle torte di Patty Drizzle. Dopo ogni estenuante allenamento, infatti, aveva bisogno di fare merenda con una torta di mele e bourbon.

Qualche volta, nel pomeriggio, era così stordita dalle sue merende energetiche che si addormentava sulla panchina. Era Alan a svegliarla e ad accompagnarla a casa. Patty aveva un negozio di vestiti che spesso nemmeno apriva.

Quando a volte si svegliava in piena notte per un indigestione, era troppo grassa per alzarsi da sola e il piccolo Toto, piccolo e anziano la guardava con disappunto.

Ma tornando al nostro giovane Michael, quella mattina decise che non si sarebbe allenato.

Indossò la sua giacca migliore, lucidò i mocassini e scelse con cura il colore del fazzoletto da taschino. Attraversò la Piazza a passo deciso, cercando di farsi coraggio.

Patty e Alan erano già comodi sulla loro solita panchina. Si dividevano un pacchetto di patatine.

«Alan! Finalmente ci siamo»

Entrambi aspettavano quella svolta, non se lasarebbero per niente al mondo.

Non che ci fossero cose più interessanti da fare a Pie Town.

Michael entrò da Starbucks annunciato dal tintinnio del campanellino appeso sulla porta. Arrossì. Ne aveva uno uguale sopra la porta del suo Museo.

«Buongiorno» disse Tom da dietro il bancone.

Aveva gli occhi azzurri e la barba scura e virile di Gerard Butler. Michael aveva il cuore in gola.

«Ciao. Io, ehm...sono Michael Pollan. Il proprietario del Museo» esordì Michael indicando con l'indice l'altro lato della piazza.

Si chiese se sembrasse disperato o soltanto strano. Tom sorrise, era davvero bello.

«Lo so. Voglio dire, volevo visitare la tua mostra da un po'».

L'imbarazzo si tagliava con il coltello.

«Comunque io sono Tom Bower».

Michael gli strinse la mano.Tom Bower aveva una stretta forte e calda. Con quelle mani avrebbe potuto svitare intere file di barattoli di sottaceti senza sforzo.

Il silenzio calò tra di loro, nel locale vuoto. Eppure Michael non rimaneva mai a corto di parole.

«Michael, accomodati dai» disse Tom indicando lo sgabello davanti al bancone. «Vorrei che assaggiassi una mia novità. Sarà pronta per il giorno della maratona». 

Tom lo guardava negli occhi e Michael avrebbe accettato qualunque richiesta all'istante.

Vide Tom su una montagna, intento a spaccare legna con quelle mani forte e sicure. Era sudato, abbronzato, i capelli mossi dal vento.

«Ti senti bene, fa troppo caldo qui dentro?».

Michael avvampò, risvegliatosi da quella bellissima allucinazione.

«No, sto bene. Mi ci vuole proprio qualcosa di nuovo».

Così Michael si sedette. Ma l'immagine di Tom che spaccava legna era ancora nel suo cervello. A petto nudo, accaldato, raccogliere la legna appena tagliata. Un bellissimo sogno ad occhi aperti.

«Ecco qua!» Tom sbatté sul bancone un bicchierone colmo di panna montata che profumava di cannella.

«E' uno Pumpkin Spice Latte».

Alla parola "Latte" le budella di Michael si attorcigliarono. Con mano tremante afferrò il bicchiere. Tom gli sfiorò le dita per passarglielo. Per sbaglio, naturalmente.

Quel minuscolo contatto diede a Michael una scossa elettrica, come lo scoppio di un fuoco d'artificio nel cielo notturno.

Michael aveva la salivazione azzerata.

Perfino il suo ciuffo biondo, che aveva phonato e impomatato per un'ora, stava cedendo. Assaggiò il latte a labbra strette. Non poteva parlare della sua intolleranza, avrebbe distrutto tutta l'atmosfera magica che si era creata. Preferiva morire.

«Tom, puoi mettere della musica più movimentata?» quella musica lounge di sottofondo era troppo tenue. Michael sperava così di camuffare i borbottii del suo stomaco e le eventuali scoregge.

«So di non essere originale» disse Tom «questo Latte non è certo una mia invenzione, ma le zucche di queste parti sono proprio speciali. Mi ricordano quelle della fattoria di mio zio. Sono cresciuto vicino Ottawa.»

Tom si appoggiò al bancone a braccia incrociate, evidenziando i bicipiti e i pettorali sotto la camicia di flanella. Michael non riusciva a concentrarsi.

Fece dei piccoli, microscopici sorsi dalla cannuccia. Si sentiva come Cleopatra, per amore si stava avvelenando da solo.

Aveva le lacrime agli occhi e cercò di sembrare commosso dal racconto di Tom. 

«Questo è il Pumpkin Spice Latte più buono che io abbia mai assaggiato».

In realtà era il primo e forse anche l'ultimo. I crampi erano già iniziati. Sarebbe morto se non avesse trovato al più presto un gabinetto.

«Posso andare in bagno, Tom?». Michael cercava ancora di mantenere il controllo sul suo colon.

«Cavolo, mi dispiace ma è fuori servizio. Un problema di fognature».

Michael capì che era la fine.

Ma ecco che il destino beffardo gli venne in soccorso. Guardò dalla grande vetrata verso il suo Museo, al di là della Piazza. Una coppia di anziani era appena entrata per vedere l'esposizione.

«Caspita» esclamò Michael scattando in piedi come un pupazzo a molla.

«Ho dei clienti Tom, devo scappare purtroppo». Tom asciugava dei bicchieri e stava ancora parlando della fattoria dello zio.

Michael aveva sentito sì e no due parole. Aprì la giacca per prendere il portafoglio ma Tom lo fermò. Michael urlò un "grazie" e scappò letteralmente via. Quel giorno a Pie Town c'erano facce nuove.

Guardando verso il porto Michael scorse con orrore un piccolo pullman turistico. Non poteva usare il bagno del piccolo Museo, tutte quelle persone stavano entrando proprio lì. Gente di città che gli avrebbe lasciato una pessima recensione. Già poteva immaginarle sul giornale "Al Museo di Piet Town una puzza tremenda!"

Patty e Alan guardarono Michael fare avanti e indietro per la Piazza, indeciso sul da farsi. Alan era appena andato a prendere due gelati. Quella panchina aveva una visuale davvero perfetta, per lasciarla. 

Michael andò verso la banchina, dove alcune barche erano ancora ormeggiate, nascosto agli occhi della città. Una volta solo cercò di respirare e calmare il suo stomaco. Si era trattenuto troppo a lungo ma non riusciva a lasciare andare il gas che aveva nella pancia, anche se era all'aperto. E così, sudando e contorcendosi per gli spasmi terribili del suo colon, Michael ebbe un mancamento. 

Cadde a peso morto nelle fredde acque dell'Oceano e iniziò ad affondare come un sasso.

Maratona a Pie TownDove le storie prendono vita. Scoprilo ora