Il Magazzino

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«Sono un imbecille!» esclamò Reinholdt, prendendo un'altra curva a gomito. «Era ovvio! Cazzo!»

Era passata meno di mezz'ora da quando Fury gli aveva riferito ciò che Odafin gli aveva potuto dire.
Una parola sola: pettirosso.
Era bastata a ricordare al Maggiore del disegno di un uccello stilizzato che aveva adocchiato, il giorno prima, su un muro di mattoni di un magazzino nel Bronx. Il resto lo aveva messo insieme Zola.
Il pettirosso era stato, per qualche anno, il simbolo della Roxon, compagnia rivale delle Stark industries, che si trovava a oggi sull'orlo del baratro economico.
Il grazioso uccellino era stato recentemente sostituito da tre "x" disposte orizzontalmente  in una fila ordinata: un'effige molto più consona per un'azienda conosciuta per la poca cura dell'ambiente.
Non sembrava assurdo che avessero, attraverso spionaggio industriale, trovato un modo per infiltrarsi nei magazzini Stark e causare un po' di movimento, magari qualche scandalo. Questo spiegava il motivo per cui avessero ingaggiato dei ragazzini.
Nick poteva già sentire nella sua testa la voce del dirigente della Roxon, Maximilian Roxon, gonogolare su quanti fossero poco sorvegliati e male organizzati i magazzini che dovrebbero ospitare armi destinate all'esercito.

"Persino un paio di delinquentelli di quartiere sono potuti entrare senza problemi!" Se lo immaginava dire ai giornalisti, radunati intorno ai cancelli della sua villa di Los Angeles. "È uno scandalo!"

«Odio Roxon...» bisbigliò Reinholdt, spezzando il flusso di pensieri di Fury. «Già me lo vedo, quel grosso pallone gonfiato, che si pavoneggia su quanto i suoi magazzini siano più sicuri e blah, blah, blah!»

Accompagnò il tutto con un movimento della mano sinistra, a simulare una bocca che parla a sproposito. Fury non riuscì a contenere una risata.

«Santo cielo! Stavo pensando esattamente la stessa cosa!» disse il Maggiore, scuotendo la testa con forza. «Sai anche leggere nella mente ora?»

Reinholdt gli scoccò un'occhiata complice e un sorriso gli si dipinse sul volto.

«È solo questione di tempo, finiremo per parlare all'unisono... come due gemellini inquietanti!» aggiunse il tenore, prima di passarsi una mano fra i capelli rossi.

Sembrava che le cose stessero andando per il meglio. Nonostante il fatto che da qualche parte nel Bronx fosse nascosto un intero arsenale di armi di distruzione di massa, Fury aveva un buon presentimento riguardo a questo incarico. Era rilassato, e le avvertenze che l'Agente Freeman gli aveva proferito qualche ora prima erano, ormai, solo un eco lontano nei recessi della sua mente. I raggi del caldo sole di giugno si riflettevano sulle finestre dei palazzi e sulle ampie vetrate dei grattacieli, creando un intricato gioco di luci. Nick abbassò il finestrino e affacciò il viso fuori dalla macchina. Per la prima volta da quando era arrivato a New York pensò che, dopo tutto, quella città non era poi così male.

Il vecchio magazzino Roxon era un immenso palazzo posto a due isolati dal Deli distrutto che avevano visitato il giorno prima. Un tempo aveva dato lavoro a un gran numero di abitanti del Bronx, ma con la recessione ciò che rimaneva del business era solo un edificio in mattoni malmesso.
Zola e Fury scesero dalla macchina e iniziarono a perlustrare il perimetro. La porta principale era sbarrata da una pesante catena di metallo. Nick tentò di rompere il lucchetto che la teneva chiusa, ma nonostante lo strattonasse con tutta la forza che aveva in corpo, non dava alcun cenno a cedere.

«La porta sul retro è una porta taglia-fuoco chiusa dall'interno. Non c'è modo di forzarla senza fare chiasso!» esordì Reinholdt, raggiungendo il Maggiore, dopo aver finito di controllare la parte posteriore dell'edificio.

Nick sbuffò e lasciò andare la catena, rassegnato.
«Anche questo lucchetto non è d'aiuto... Hai qualcosa con cui possiamo liberarcene?»

«Lascia fare a me!» disse Il tenore, spingendo Fury. Dopo aver afferrato il lucchetto con la mano destra, lo tirò con forza.

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