Il Siparista

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Il Direttore doveva aver pensato che il Maggiore fosse impazzito. Chissà poi cosa avrebbe detto nel vederlo correre a chiamare un taxi per farsi accompagnare alla Metropolitan Opera House.
Sapeva perfettamente, però, cosa stesse pensando la ragazza che lo aveva visto precipitatarsi nell'androne del teatro. Era la stessa giovane con i capelli disordinati che aveva incontrato la settimana prima quando stava cercando Zola.
Quando Fury le si era avvicinato, era rimasta impalata lì dove si trovava. Aveva in braccio una busta di carta dal contenuto poco chiaro.

«Ehi! È proprio te che cercavo!» disse il Maggiore, ancora con il respiro affannato. «Il lavoro di cui stavi parlando venerdì... È ancora disponibile?»

«Quello da siparista?» chiese la ragazza, facendosi sempre più piccola.

«Esattamente!» esclamò l'uomo, battendo le mani prima di indicarla.

«Beh, sì!» confermò la giovane. «Non si è presentato nessuno dopotutto...»

«Perfetto!» annuì con forza Nick. «Voglio il lavoro!»

Nick Fury non aveva la più pallida idea di come funzionasse un teatro, né tantomeno un teatro dell'Opera. A Huntsville ce ne era uno solo, ed era stato convertito in un cinema quindici anni prima. Per cui è facile immaginare la sua sorpresa nello scoprire che il siparista non solo si occupasse di alzare e abbassare il pesante velluto rosso del sipario, ma che dovesse anche assicurarsi che i fondi scendessero correttamente e al momento giusto. Era un lavoro di bassa manovalanza e veniva pagato a spettacolo. Nonostante questo era abbastanza remunerativo, e a quel tempo ci si poteva mantenere. Se poi si facevano gli "straordinari" durante le prove, lo stipendio diventava una somma soddisfacente per mantenere una piccola famiglia nei quartieri meno costosi della città. Per di più i siparisti passavano tutto lo spettacolo o dietro le quinte o sulle pedane sopraelevate al di sopra del palco. Coloro che stavano sopra vedevano tutto, mentre quelli in basso sentivano tutto. Ciò li rendeva a tutti gli effetti gli occhi e le orecchie dell'intero teatro.
Quando uno dei superiori vedeva qualcosa, andava, alla fine dello spettacolo, a chiedere a uno degli inferiori cosa fosse successo. Raramente avvenivano screzi tra i due schieramenti. Il loro rapporto era simile a quello di una vecchia coppia sposata, che si racconta la propria giornata la sera a cena. Il soggetto principale delle conversazioni erano, ovviamente, i cantanti, e ognuno di loro aveva il suo preferito.
La maggior parte dei suoi nuovi colleghi erano anche loro afroamericani. Era gente che lavorava sodo e sapeva perfettamente che il proprio lavoro era la spina dorsale di qualsiasi rappresentazione che potesse chiamarsi tale.
Paradossalmente, tra i siparisti, sopratutto tra i superiori, il cantante preferito era proprio Zola.
Il più anziano dei suoi colleghi, Benjamin Knowles, conosciuto da tutti come zio Ben, lo aveva però scoraggiato dal chiamarlo per cognome.

"Anche se non ti rivolgesse mai la parola, va sempre chiamato Maestro o Maestro Zola!" lo aveva redarguito il primo giorno lo zio Ben.
"Se ti becco a chiamarlo di nuovo Zola, te la farò vedere io!" aveva poi aggiunto, agitando scherzosamente i pugni callosi nella sua direzione.

Nick si era adattato con estrema facilità. Aveva capito velocemente come funzionassero il sipario e i fondali, ed era stato scelto per prendere parte fra i superiori.
Il fatto che il Direttore Carter avesse dato sia a lui che al suo partner una settimana di ferie, che somigliava vagamente a una sospensione, gli aveva permesso di studiare e imparare perfettamente come funzionassero le macchine.
Fury era molto soddisfatto, avrebbe potuto tranquillamente osservare Reinholdt senza che lui se ne accorgesse... O almeno così credeva.
C'era una ragione per cui Zola aveva un posto speciale nel cuore dei siparisti, e Nick la scoprì durante i suoi primi giorni di lavoro.

Quella settimana era in programma una rappresentazione del "Sigfrido" di Wagner. Era quello il ruolo che aveva segnato la carriera di Reinholdt. Al tempo, quando si parlava di Sigfrido, si parlava senza dubbio di Reinholdt Zola. I due erano praticamente indistinguibili, e chiunque fosse talmente folle da organizzare una rappresentazione di "Sigfrido" senza avere Zola come primo tenore, doveva prendere in considerazione che sarebbe stato paragonato e avrebbe senza dubbio perso contro di lui.
Il giorno dello spettacolo il teatro era in fermento,   i costumisti correvano da un camerino all'altro e il regista aveva tutta l'aria di essere sull'orlo di un esaurimento nervoso.
I siparisti superiori erano già sulla pedana quattro ore prima dell'inizio dell'overture, mentre quelli inferiori si tenevano da parte per fare spazio ai preparativi.
Il direttore d'orchestra, un ometto basso dai capelli radi, era già arrivato e stava parlando con il regista.

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