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«Harry! Harry, per Merlino, vuoi darti una mossa?» continuava a urlare Ron, bussando con poca delicatezza sulla cabina doccia di Harry. La situazione andava avanti da cinque minuti ininterrottamente, soprattutto perché il suo amico non riusciva a sentirlo a causa dell'acqua che scorreva e batteva rumorosamente sotto i suoi piedi.

Harry gemette, frustrato, e ripeté: «Ho detto che sono quasi fuori, Ron». Chiuse il rubinetto per un secondo in modo da imprecare liberamente. «Che diavolo ti prende stamattina? Vai nelle docce accanto, se hai tanta fretta» consigliò, riaprendo poi il rubinetto per sciacquarsi un'ultima volta. L'aria fredda di febbraio non aveva risparmiato neanche i dormitori di Hogwarts, e a Harry piaceva sentire l'acqua calda sul suo corpo prima di cominciare la giornata.

«Sono tutte occupate» urlò Ron in risposta, «e sai che preferirei vomitare cento lumache che entrare nella stessa doccia che ha usato Neville».

Harry si lasciò scappare una risatina. Neville era il mattiniero dei Grifondoro del sesto anno, in quanto gli piaceva andare a leggere in biblioteca prima di colazione: si alzava ogni mattina alle sei, faceva la sua doccia di routine e lasciava silenziosamente i dormitori. «Be', potevi fare un'eccezione» commentò poi, sfilando una tovaglia rossa e oro dai cardini superiori della porta e avvolgendosela alla vita. Aprì la porta, trovando un Ron così agitato da emanare il suo nervosismo nell'aria e contagiare tutti i presenti.

«Non possiamo fare tardi a colazione, Harry, non oggi» lo avvertì, picchiandolo delicatamente sulla guancia. In quel momento Ron gli parve almeno cinquant'anni più vecchio. «Quindi fai il bravo ragazzo, pettina i capelli e annoda bene la cravatta. Siamo fuori tra dieci minuti.»

Harry maledì la sua ignoranza da Prescelto cresciuto insieme ai Babbani, non ricordandosi l'ennesima ricorrenza di Hogwarts di quello che sembrava un banalissimo lunedì mattina. «Cosa c'è oggi?» domandò, asciugandosi con un'altra tovaglia contrassegnata Grifondoro. Le casate di Hogwarts tenevano a non mescolarsi tra di loro, anche nei dettagli degli oggetti più ordinari. Tovaglie, quaderni, etichette delle camicie: tutto portava i colori o lo stemma della casata in cui ogni studente era stato smistato. Harry lo riteneva inquietante, all'inizio, ma poi aveva deciso che gli dava un maggiore senso di appartenenza e di orgoglio.

Mentre Harry recuperava i suoi vestiti, che aveva lasciato con nonchalance nell'angolo di uno dei lavandini posti a schiera del dormitorio, ascoltò Ron spiegare con il fiatone sul rumore scrosciante dell'acqua. «È la settimana di San Valentino. Oggi, con la posta, arriveranno tutti gli inviti al ballo di venerdì sera. E io, al contrario tuo, aspetto un dannato segno da Hermione.»

Harry sorrise sistemandosi il colletto della camicia. Maledetto Ron e la sua cotta storica per Hermione: dal terzo anno non parlava di altro. Tifava certamente per i suoi due migliori amici, sebbene a volte avesse paura di perderli nella loro storiella romantica. Nell'ultimo periodo, infatti, sembravano chiusi nella loro bolla di flirt e sguardi zuccherosi, e Harry aveva cercato di stare dietro a tutti i commenti che Ron gli riservava la sera, prima di spegnere la luce e mettersi a dormire. Molte volte, però, si addormentava anche prima, chiedendosi se Ron se ne accorgesse o se semplicemente continuasse a parlare della pelle di Hermione fino a orari improponibili. Sentì il rubinetto chiudersi, quindi parlò con un tono di voce non troppo alto: «Non puoi semplicemente invitarla tu, al ballo?».

Ron uscì dalla cabina con una tovaglia attorno alla vita, i capelli fradici e un'espressione incredula. «Ci conosciamo da sei anni, Harry, e tu pensi ancora che io abbia le palle di fare una cosa del genere? La ragazza mi piace da impazzire, ma sono ancora spaventato a morte di aver interpretato male la situazione» ammise senza il minimo contegno. Iniziò a vestirsi con più attenzione delle mattine precedenti, ma non curò i capelli se non strofinandoli con la tovaglia un paio di volte e lasciando che le punte arancioni gocciolassero sulla sua fronte.

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