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«Va bene, classe, adesso potete sperimentare l'incantesimo da soli» blaterava Piton mentre Harry faticava a seguire il suo discorso. I metodi di Piton in Difesa contro le Arti Oscure erano profondamente discutibili: probabilmente non era legale scagliarsi maledizioni a vicenda e aspettarsi di riuscire a liberarsene. Forse era per questo che Silente lo aveva tenuto lontano da quella cattedra per tutti quegli anni. La mente di Harry, comunque, si trovava in un posto completamente diverso dalla classe di Difesa.

Il professore faceva un giro tra i banchi. «Fa' attenzione, Longbottom. Non vorrai combinare uno dei tuoi soliti baccani» disse severo a Neville, seduto tra Harry e Hermione.

     Quando Piton fu abbastanza lontano, Hermione diede una gomitata gentile al ragazzo demoralizzato. «Ignoralo» consigliò, «faresti meglio a concentrarti soltanto sul tuo lavoro». Neville annuì e, ancora intimorito dagli sguardi di Piton, fissò la sua attenzione sulla bacchetta davanti a lui. Hermione lo imitò con calma, ma non smetteva di lanciare occhiate nella sua direzione, nel caso in cui qualcosa andasse storto.

     Harry non poteva essere meno interessato. Tre banchi più avanti, insieme a Ron, Zabini e Seamus, Malfoy stava lavorando alla stessa maledizione. Harry cercava disperatamente un contatto visivo con il ragazzo, che non lo aveva guardato più di due volte in tutta la mattinata.

     Era solo il secondo giorno di scuola dopo le vacanze e i due non avevano avuto nessun tipo di contatto. Malfoy soleva ancora sfiorarlo in corridoio come per confermare la sua presenza, ma non aveva mai provato a parlargli né aveva cercato lo sguardo di Harry durante le lezioni che avevano in comune. Ciò che stupì Harry fu però come Malfoy non sembrasse interessato neanche alla scuola, in quel periodo. Gli tornarono alla mente le parole sul Quidditch, sulla sua famiglia e le difficoltà delle quali Lucius Malfoy lo aveva caricato, e provò una vaga preoccupazione. Aveva soltanto bisogno di parlargli, pensò, solo per assicurarsi che stesse bene.

     Diversi minuti dopo, Malfoy si allontanò dal suo banco per raggiungere quello di Pansy Parkinson. Harry sussultò per il nervosismo appena se ne accorse. Colpì la tavola di legno con la mano senza fare troppo rumore, colse l'occasione e si diresse nella sua direzione, in fondo alla classe, mentre Piton era occupato a trascrivere dei nuovi incantesimi di difesa alla lavagna.

     «Harry, dove diavolo vai?» lo riprese Hermione sottovoce, ma Harry agitò semplicemente la mano in sua direzione per dirle di piantarla. Hermione si scambiò un'occhiata confusa con Neville, a cui però la faccenda non sembrava importare granché.

     Draco si era già procurato il quaderno di Pansy e si era fermato a sfogliarlo in un angolo quando Harry toccò il suo braccio. «Malfoy!» disse a denti stretti.

     «Potter, per la barba di Merlino, cosa ti salta in mente?» lo rimproverò lui sibilando, guardandosi intorno e accorgendosi che solo Blaise e Hermione li avevano notati. «Non in pubblico.»

     Harry lo ignorò. «Stai bene?» chiese. «Non mi parli da martedì mattina.»

     Lo sguardo di Malfoy si fece più cupo e il suo tono di voce lasciava trasparire un certo turbamento. «Dobbiamo mantenere un basso profilo a scuola, lo sai» si giustificò.

     «Lo so, ma pensavo di avere diritto almeno a parlarti, per decenza umana.»

     «Io e te non parlavamo» gli ricordò, «ci insultavamo e basta. Tra noi non c'era mai decenza umana. Nessuno deve intuire che è successo qualcosa di diverso dal solito». Malfoy si fermò a guardare il viso di Harry. Quest'ultimo si rincuorò: lo voleva ancora, glielo leggeva dal modo in cui le sue labbra si erano arricciate e le sue iridi si erano vagamente illuminate.

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