Tammonio percorse un lungo tratto di bosco nel buio prima di raggiungere una radura in cima alla collina. La notte era fredda e il cielo incredibilmente stellato, senza luna. Tutt'intorno l'oscurità e la boscaglia dominavano il panorama, le luci della città che si era lasciato alle spalle si vedevano appena in lontananza.
Quanto poteva aver camminato? Si sentiva esausto. Quel bosco non sembrava avere confini, la vegetazione era fitta ma nonostante il buio riconobbe diverse specie di alberi e arbusti. Crescevano castagni, querce, aceri mentre cespugli di rovi e felci tappezzavano il sottobosco.
Tammonio ansimava e camminava a fatica facendosi largo tra gli arbusti più bassi che si impigliavano ai vestiti. Cominciò la discesa lungo il fianco della collina tenendo stretta, nascosta sotto il lungo mantello, la scatola metallica.
Il richiamo di un allocco risuonò dal folto della vegetazione e un lieve scrosciare d'acqua gli fece drizzare le orecchie. Non mancava molto.
Affrettò il passo. Il compito che gli era stato assegnato doveva essere portato a termine ad ogni costo e il fallimento non era contemplato. Piuttosto che fallire si sarebbe ucciso.
Scese con cautela lungo il fianco della collina, graffiandosi la pelle nei rovi e finalmente raggiunse il sentiero. Non c'era un'anima viva in giro, solo le stelle illuminavano il suo cammino.
Proseguì lungo la piccola stradina che cominciava a salire, per circa una ventina di minuti. Sentiva il rumore della ghiaia sottile sotto gli stivali, era tutto così silenzioso che quel rumore ritmico e costante, provocato dai suoi passi ad un certo punto finì per sembrargli un suono estraneo.
Raggiunse la cinta di mura o quello che ne restava, un vecchio muro di sassi pericolante. Percorse il perimetro fino ad una breccia che gli consentì di entrare. Guardò in alto, era arrivato finalmente.
Le rovine del castello si stagliavano nel buio come un enorme drago stanco e ferito. L'antica torre era quasi del tutto crollata ma l'edificio centrale conservava ancora il suo aspetto originario. L'intero complesso era vecchio e pericolante ma non si sarebbero dovuti fermare a lungo.
Tammonio proseguì sulla via, attraversò il cortile interno che portava all'ingresso e intravide nel buio il vecchio portone di legno con il battente di ferro ancora al suo posto.
Si avvicinò al portone, respirò a fondo l'aria gelida della notte e diede un'occhiata alla scatola metallica nascosta all'interno del soprabito assicurandosi che fosse intatta.
Sembrava a posto.
Entrò spingendo il pesante portone di legno.
Un odore di polvere e legna bagnata lo accolse.
La sala era lunga una trentina di metri. Sul fondo c'era un grande rialzamento in pietra, dove anticamente doveva essere posizionato il tavolo padronale. Dietro ad esso un camino. Alle pareti, alte finestre lasciavano intravedere il cielo stellato e davanti ad esse ondeggiavano appesi dei drappi di tessuto consunti dal tempo e dalla polvere. Il soffitto di legno ancora reggeva.
"Tagliavento? Sei tu?".
Una voce sibilante lo raggiunse dalla parete di fondo.
Tammonio fece qualche passo in quella direzione.
"Sì, Maestro" rispose facendosi strada nel buio.
Un piccolo fuoco verde si accese in quel momento nel camino illuminando l'antica sala del castello.
Dall'ombra uscì una sagoma scura che gli si avvicinò mostrando il palmo aperto della mano destra.
"Ci sei riuscito?" gli chiese la figura scura.
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Il Passante
FantasyCOMPLETATA. Corrado e Beatrice. Due ragazzi, due compagni di classe, quasi due perfetti sconosciuti. Finchè a Camarelli, paese perduto tra le nebbie del nord Italia, non accade l'impossibile. Un uomo ha appena attraversato il muro della Cattedrale...
