Io e mia sorella tra i cunicoli asfissianti delle circumvesuviane interrate. Camminavamo acquattati come topi in un labirinto. Ansia, angoscia, tensione e paura già per se devastanti, accrescevano a dismisura nella temperatura soffocante di quel percorso e sotto una raffica incessante di domande da parte di Olly.
«Dove stiamo andando?»
«Cos’è il Villaggio dei Grants?»
«Perché andiamo dai nani bapu?»
«Cioè? No, fammi capire. Stanotte ci ritroviamo Fenrir. Grande. Grosso. Rude. E incazzato. Nel nostro nascondiglio e tu ti vuoi difendere con uno schieramento di bapu nani?!»
«Fra quanto arriviamo?»
Fortunatamente la discesa a spirale abbreviò il tragitto e tagliò di netto quell’interrogatorio. Eravamo arrivati.
I mezzi busti, più uomini loro di quanti ne abbia mai incontrati, sempre lì a darsi da fare. Mai una volta che li abbia ritrovati con le mani in tasca. Immersi continuamente in nuove creazioni, impegnati ad aggiustarne altre, e a migliorarne certe. Billy Lu, Terry Mad, Jany Coll, Sally Jo, Luky D, Moury Tab, Namy Dich. I sette maestri della ricostituzione. I sette divulgatori del bene esistenziale. Ciascuno capo di una distinta squadra, di cento mezzi busti o forse trecento. Il colore delle divise differenzia le squadre. Un tono arcobaleno per ognuna. Uomini vestiti d’animali vestiti poi da uomini. Tute da operaio, guanti da manovale, caschi da manutentore, recinti di protezione. Kiry Jones da buon mastro dirigente non ha mai permesso una morte bianca sul lavoro. Ciascuna squadra addetta a un materiale. Chi lavorava il legno, tra mensole, dispense, tavoli e sedie. Chi lavorava la stoffa, tra coperte, scarpe, tovaglie e vestiti. Chi lavorava uova, frutta e ortaggi, tra crostate, marmellate, frittate e conserve. Chi lavorava il latte tra yogurt, burro, mozzarella, burrate e ricotte. Chi lavorava l’argento, tra orologi, posate, tegami e pendenti. Chi lavorava il vetro, tra occhiali, bottiglie e bicchieri. E con chi invece lavorava il ferro c’era proprio Kiry Jones. Piegato, chiuso in mascherina ed elmetto, pioggia di scintille gli schizzavano d’avanti. Sapevo che era lui solo perché a nessuno fa toccare la sua saldatrice. Ne è geloso più di quanto lo sarebbe di una moglie.
Andai dritto da lui. La mia presenza non lo distolse dal lavoro. La mia ombra sul suo tavolo con la porta di cancello arrugginita.
«I miei uomini stanotte condurranno Fenrir nel covo segreto»
«Avete deciso di fare un suicidio di massa?!» valutò senza alzare la testa dall’oggetto rovinato.
«Voglio riportare tutte le donne su Violet, ma se Fenrir è libero non ci metterà niente a raggiungerle e condurre da loro tutti i bapu»
«E quindi?» chiese fissando mia sorella con intenzione rimprovevole. Anche a lui era andato di traverso il perdono di Olly per quel miserabile.
«Solo Fenrir oltre a me conosce la strada per Violet. Se lo imprigiono nel nostro covo non potrà seguirci, né tanto meno condurvi i suoi alleati se non riusciranno a trovarlo» gli spiegai.
«Imprigionare Fenrir?!», bloccò la mano sull’attrezzo e si voltò a guardarmi, «E quanto durerà, due giorni?! Una settimana?! E poi si precipiterà ad ammazzarvi tutti!» esclamò nella plausibile considerazione.
«È qua che subentri tu. Non posso imprigionarlo ad un semplice fil di ferro. Mi serve una catena. Me ne devi costruire una unica al mondo. Che sia più solida e resistente col passare degli anni». Se solo avesse potuto costruire qualcosa del genere ogni timore si sarebbe disciolto. Ed io sapevo che lui e i suoi compagni ne erano capaci.
Si tirò su il muco dal naso arricciando il muso in cento rughe:
«Tu vaneggi!!!» sbottò.
«Sei un maestro di creatività. So che non mi deluderai Kiri Jones». I complimenti aiutano sempre. E ancora di più se sono sinceri.
«Per quanto ti serve?»
«Subito. Non farti pregare. Non abbiamo tempo per questo».
Ondeggiò le spalle due o tre volte, muovendo le zampe a destra e a sinistra sullo stesso posto. Inspirava ed espirava pesantemente. Schiacciandosi la mano sinistra sulla faccia in tutti i modi e tutte le angolazioni possibili, mostrò tante mimiche quante ne esistono. Un ennesimo pesante sospiro e mi fissò un secondo. Solo un secondo. Ma avevo capito. Era fatta. L’avevo convinto. Un paio di colpi di martello sul tintinnante ripiano, e il Villaggio intero pendeva dalle sue labbra.
«Amici miei, ognuno di voi è un esperto nel proprio talento, ma oggi dobbiamo collaborare assieme per un’altra cosa. Dobbiamo lavorare all’unisono in un’unica creazione. Non ne va la nomina di buoni lavoratori, in ballo c’è molto di più. Il nostro riscatto! Lasciate ciò che state facendo ed unitevi a me in quest’opera!».
Non se lo fecero dire due volte. Mezzi busti di ogni forma e colore investirono tempo, concentrazione e tutta la loro creatività nello sviluppo dell’inesistente bene da me richiesto.
Catene su catene. Anelli grossi quanto bracciali. Doppi quanto la ruota di una bicicletta. Di ferro, di acciaio, d’argento e persino di pietra. Nessuno superava l’ultima prova. Cinquanta mezzi busti a destra, cinquanta a sinistra. E la catena in mezzo tirata, ogni volta veniva spezzata. La mia presenza e quella di Olly appesantiva solo un po' di più l’aria. Ci mettemmo in un angolo lasciando spazio a chi ne sapeva davvero. Tra me e Olly nessuna parola, seguiva ogni movimento di Kiry Jones e dei sette maestri in una rigida attenzione autoimposta.
Alľennessima catena tranciata di netto nel mezzo, lo sconforto precipitò sulle nostre aspettative. Non c’è speranza. Se nemmeno Kiry Jones riesce, è tutto perduto. Non abbiamo più chance. Eravamo all’apice dell’avvilimento quando proprio lui, quando Kiry Jones ci venne incontro esibendo un soddisfatto sorriso. L’espletamento di tutto il loro lavoro impacchettato a mezz’aria sulle sue mani aperte come un cameriere serve al tavola la portata della casa. L’espressione compiaciuta del suo volto peró non fu anche la mia quando scartai il pacco. Uno spago giallo incrociato attorno ad un foglio di carta anch’essa gialla, racchiudevano uno scatolo rettangolare di cartone ruvido dal colore blu cobalto. Sollevai il coperchio col fiato in gola e l’emozione pronta ad esplodere. Poi la delusione evaporò da ogni mio poro. All'interno, un lungo nastrino intrecciato. Nero. raggomitolato come il guscio di una lumaca. Provai a ravvivare la delusione tastando quel nastrino tra le dita. Lo sconforto lievitò. Pareva molto più solida e affidabile lo spago che l’impacchettava che non la creazione stessa.
«E che diamine è sto coso???» inveii spazientito, «È solo un comune laccio e non una robusta catena come immaginavo. Come pensi che potrebbe fermare Fenrir?!»
«Ti ho mai deluso??? Dimmi se l’ho fatto mai una sola volta!!!»
Avrei voluto rimangiarmi parola per parola e sprofondare dinanzi ai suoi piedi. Offendere Kiry Jones su una sua opera è da carcere, un peccato mortale. Non mi aveva mai deluso. Mai.
«Questo non è un laccio!» ribatté dinanzi il mio sguardo abbassato per voluta sottomissione, «È sottile e soffice come un nastro di seta, ma dovrebbe essere impossibile da spezzare. L’abbiamo battezzata Gleipnir. È fatta di sei cose assurde: “Suono di gatto. Barba di dama. Radice di roccia. Tendini d’orso. Alito di pesce. E latte di uccello.” Fidati. Se non resiste questa, non ho alternative da proporti… mi spiace!».
Gli strinsi forte la mano impregnandoci dentro tutte le scuse che meritava, e con l’insolito pacchetto lasciammo il Villaggio dei Grants.
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UPSIDE DOWN Vol 2
FantasyApri gli occhi tutti i giorni e rivedi la stessa identica violenta realtà, nonostante i tuoi sforzi, nonostante ti affatichi, sudi, t'ammali, ti impegni per far sì che qualcosa cambi e poi ti accorgi che niente cambia, niente può cambiare perchè nie...
