Non sono stato io

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  Nella via di ritorno il questionario di Olly riprese. Io d’avanti le spianavo il cammino proseguendo a gattoni così come avevamo percorso la via dell’andata. Chiusi in un tappo d’aria, avanzavamo a rilento come grossi acini d’uva in un collo di bottiglia. La situazione mi ricordò quei giorni spensierati quando c’erano mamma e papà dietro di noi ad inseguirci a gattoni.
“ mamma e papà stanno arrivandooo!” ci dicevano divertiti.
“ adesso vi troviamo!” esclamavano gioiosi.
Appena io ed Olly  face vamo pasticci, ci dileguavamo dalla circolazione, e correvamo piegati sulle ginocchia  a nasconderci in giro per casa. Olly prediligeva sotto il letto o rannicchiata nella cabina doccia. Io preferivo chiudermi nella dispensa.  Quella  mezza  vuota  nel  corridoio.  Da lì  mi bastava una portella poco aperta e  avevo sempre chiaro il punto della situazione. I nostri genitori oramai l’avevano capito,  s e  d’un tratto sparivamo era un guaio quello che avevamo combinato. E  sapevano bene  anche  dove trovarci. Ma per gioco, se l’aria che tirava era quella buona… si scambiavano un riso e piegati a quattro zampe s’avventuravano alla nostra insidiosa ricerca.   Si concludeva  naturalmente  in breve  tempo  e continuava in una gran corsa per tutte le stanze.  Io ed Olly rincorsi da mamma e papà. Correvamo  f in quando le ginocchia non ci facevano tanto male da attenuare la voglia di ridere .
Stavolta a spingermi c’era la voglia di libertà, il desiderio di ridare pace, e la ventata di domande di Olly, che m’arrivava alla schiena a vampate come un forno acceso che apri e chiudi, chiudi e riapri, chiudi e riapri ancora, nel mese di luglio e senza condizionatori accesi. Una tortura.
«Ma perché ci stai aiutando?»
«Cioè, perché tu e la tua squadra non pensate solo al vostro interesse e a tenervi il culo al sicuro?!»
«Che vi importa di noi donne di Violet?»
«E a te cosa importa?»
«Non mi piacciono le ingiustizie», innescai il silenzioso ad uno sbuffo esagerato. Per fortuna Olly stava dietro e non poteva vedermi.
«Scusa, ma secondo Fenrir è comunque un’ingiustizia noi donne all’aria aperta e voi bapu nelle viscere del mondo».
Un’ingiustizia? L’ingiustizia è nei secoli passati in colonna. L’uomo sopra e la donna sotto. L’ingiustizia è nei delitti impuniti, nei legislatori venduti e nella moralità acquistata. L’ingiustizia è negli acidi versati sulla verità ancor prima che sui volti. L’ingiustizia è in tutte le messe dal minuto di silenzio come sintesi dei trecentosessantacinque giorni di vero silenzio. L’ingiustizia è nelle bare senza perché, nelle bare vuote, e in quelle prenotate. L’ingiustizia è in chi vive di morte. In chi si lava di pianti e si nutre di sangue. L’ingiustizia è nelle richieste d’aiuto ignorate. Nelle liste d’attesa a numero chiuso. Nel genio sprecato in ingegni di distruzione. Ingiustizia è definire progresso ciò che declina inesorabilmente in fondo al regresso. Ingiustizia è nei medicinali salvavita a pagamento. Nei salari sudati e nelle buste paga regalate. Ingiustizia è risucchiare bucatini mentre c’è chi si nutre di fango e fame. Ingiustizia è nei figli strappati alle madri, nelle madri strappate ai figli, nelle famiglie fatte a pezzi dalla burocrazia. L’uomo detta legge. Ed è l’uomo che la vìola. Ingiusta è la guerra. Ingiusta è l’avarizia. Ingiusta è la violenza. Ingiusto è tutto il mondo che ho lasciato. Ingiustizia è dire: “Non sono stato io!”. Siamo tutti colpevoli, nessuno escluso.
Il pensiero ancora una volta non riuscì a starsene muto:
«Voi la libertà ve la siete sudata col sangue per secoli e secoli e ve la meritate. Ve la meritate tutta per voi! E farò l’impensabile perché il mio sacrificio non vada a farsi benedire!!!»
«Il tuo sacrificio?! Ma di che diamine stai parlando???».
Mannaggia a me, mannaggia. Rigirai il collo verso il d’avanti e ripresi il gattonamento.
Ma Olly mi bloccò afferrandomi per una caviglia.
«No! Adesso mi spieghi!»
«Spiegarti cosa?» Io che avevo fatto promettere agli scudieri, ad uno per uno di non conferir parola sulla mia identità, mi stavo sgamando da solo.
«Non fare il finto tonto! C’è qualcosa che non mi hai detto. Lo sento!»
Chi ami davvero, chi vuoi bene nel profondo, la verità non te la estirpa… te la sfila lentamente, piano piano… come una calzettone da calcetto sudaticcio. Con delicatezza ti scivola via lasciandoti il sollievo.
«Ma cosa dovrei dirti?!» Mi liberai dalla morsa di Olly e ripresi innervosito il proseguo. Glielo stavo dicendo, stava sfilando via la mia calza di verità, «Che ero stanco più di te delle cattiverie che vedevo? Che mi sentivo un verme immedesimandomi in quelle bestie? Che c’ero io quando Elena telefonò e tu in preda al panico corresti ad aiutarla? Che c’ero io quando tornavi da lavoro depressa e malinconica? Che c’ero pure io a guardare dalla mia stanza quella belva massacrare la sua donna? Che c’ero io a sentirti singhiozzare tutta la notte quando tornò nostro padre?»
«Sei stato tu?» domandò, «Sei tu che hai creato questo mondo?»
Volere questo mondo? Io non volevo che pace. Compromettere tutto, anche me stesso per questo proposito.
«Ho perso la mia anima fra le stelle quella notte… perché mi sono perso io. Che senso aveva essere un uomo se non era per proteggere gli indifesi e i vulnerabili?! No, non volevo questo mondo. Ho desiderato che foste libere davvero… speravo di non risvegliarmi mai più. Di scomparire insieme a tutti i vermi del mondo. E invece ho riaperto gli occhi qui sotto! Non ero più io, non sono più io. Guardami! ma la ragione in me persiste ancora!»
E persisterà all’infinito. Spasmi mi percossero la spina dorsale fermandosi dietro al collo. Per un attimo la commozione s’impadronì della tensione dei miei nervi.
«Dovete essere libere! Ed io darò la vita perché questo sia fattibile!».
Le braccia di Olly s’intrecciarono come rami attorno al mio tronco. Sentivo i suoi sospiri caldi sulla mia nuda pelle, la sua guancia dormiente fece della mia schiena il suo cuscino, lacrime dolci scorrevano dai suoi occhi sulla mia carne. È mia sorella. Mia sorella. Non è l’utero che ci ha messo al mondo che ci lega, è il senso per il quale stiamo a questo mondo. Le raccontai tutto, di come conoscevo inspiegabilmente la via per Violet, di tutte le volte che andavo su, nell’Era Migliore per rincuorarmi del benessere suo, di mamma, e di tutte le donne. Delle cose che portavo via da Violet per semplificare almeno in minima parte l’esistenza interrata. Di come avevo scoperto che Fenrir mi aveva seguito. Dei validi alleati che avevo arruolato nell’esercito de Lo Scudo, dei nostri intenti e dei sacrifici che avremmo affrontato senza ripensamenti per ognuna delle inviolate e per tutta Violet. Per ogni suo spigolo di terra e conca d’azzurro. Che eravamo pronti all’impossibile per ridipingere l’atmosfera di viola. Le feci giurare di non dir nulla a mamma, sapere che gli uomini imprigionati sottoterra non erano altro che i loro figli, mariti, fratelli, compagni, avrebbe reso ancor più lercia la fetente realtà che già stavano affrontando.
«E ora andiamo a vedere se sto metro per sarte ferma quel gran pezzo di merda!!!».

UPSIDE DOWN Vol 2Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora