Capitolo 38.

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Da quando Toly è a capo del progetto Winter Soldier, non so nulla di Bucky.
E non l'ho più visto.

Cerco di passare le mie giornate con Sascha e Alek, ma non ho più scuse per farmi vedere con loro, non faccio più parte di nessuna squadra e la task force che mio padre mi aveva incaricato di costruire.. Beh, è sospesa fino a nuovo ordine.
C'è stato un patto di cui sono stata all'oscuro, ben architettato da Anatoliy e dai membri del Consiglio; un evento così pericoloso come quello capitato qualche settimana fa, è più che sufficiente per togliermi ogni responsabilità, visti i miei precedenti.

Sgattaiolo fuori dalla mia stanza per raggiungere la terrazza sulla soffitta; non voglio vedere nessuno e soprattutto voglio stare lontana da dove Toly possa trovarmi.
La neve è stata spalata di fresco, quassù, per evitare che il peso eccessivo rovini la struttura, quindi riesco a raggiungere la piccola panchina di ferro rivolta verso le montagne e a sedermi.
Prendo un profondo respiro mentre osservo l'immenso paesaggio di fronte a me e mi rendo conto di quanto in fretta la mia vita sia precipitata. Non ho più il mio ruolo, ma soprattutto non ho più lui.
E dopo quello che gli ho fatto.. Dopo ciò che è successo con il soldato d'inverno.. Non riesco a convivere con me stessa. Ho bisogno di vederlo, di spiegargli, di accertarmi che stia bene.

Un altro sospiro.
Non posso fare nessuna di queste cose e la colpa, ahimé, è soltanto mia. Da ogni angolazione.
Eppure non mi spiego, come la mia incapacità ad uccidere il mio migliore amico abbia portato quest'ultimo a desiderare di rovinarmi la vita.
Perché è questo che Toly ha fatto. Mi ha rovinata.
A partire da quella sera, in auto, quando mi ha dato quello schiaffo.

Sollevo lo sguardo verso un ramo di abete che mi ripara dai raggi del sole. È una piccola pianta in vaso, reduce di un progetto vivaistico fallito anni fa a causa, ovviamente, del freddo troppo rigido. Soltanto quel piccolo abete era sopravvissuto ed ogni anno cerca di allungare i suoi germogli contro le temperature gelide. Socchiudo le palpebre alle sottili linee di luce che gli aghi verdi lasciano passare e allungo una mano per fiorare il ramo, per metà coperto di ghiaccio che brilla alla luce.
Sorrido.

«È uno spettacolo affascinante, non è vero?»

Mi giro in un sussulto. Yingrid è in piedi dietro di me, radiosa e bella come nessun'altra donna io abbia mai visto. La luce del sole invernale sembra baciarla come la sua amata.

«Non ti avevo sentito.»

Mi riprendo dallo spavento mentre le dico quelle parole come una specie di scusa. I miei nervi sono al limite, ora anche le persone mi rendono irrequieta.

«Anni di addestramento abituano ad avere un passo leggero. Non sei abituata con i tuoi amici?»

Sorrido e annuisco. Era proprio vero.
Yingrid si siede accanto a me ad osservare il panorama.

«Ho saputo cos'è successo. Mi aspettavo di trovare un fascicolo con il tuo nome sulla mia scrivania negli ultimi giorni. Un reclamo, una contestazione, qualsiasi cosa.»

Lascio uscire il respiro dal naso, che crea una nuvoletta bianca e densa.

«Non avrei saputo davvero cosa scriverci.. Sarebbe sembrato che chiedessi pietà in qualunque modo.»

Yingrid annuisce leggermente mentre si aggiusta il cappotto bianco.

«Ti avrei aiutata, se mi avessero messa a conoscenza prima. Purtroppo rientra nella giurisdizione del Consiglio eseguire certe disposizioni.»

Annuisco anch'io, ma in realtà ho poca voglia di ascoltare ciò che sarebbe potuto essere.
Mi interessa ciò che è successo realmente e cioè un disastro.

«Non importa.»

«No? La dai vinta a qualche maschilista orgoglioso, Rose?»

Sento la rabbia incendiarmi nuovamente il petto, non sazia delle urla che ho soffocato nel cuscino per notti e notti.

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