Capitolo 9

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La mattina della consegna degli aerei lo Sfregiato bussò alla porta del nostro ufficio alle undici.

Due ore di ritardo che alimentarono le nostre ansie, data la puntualità della volta precedente. 

<<Buon giorno>> gli dissi porgendogli una mano, che lui non afferrò.

<<Buon giorno a voi signori.>> La risposta fu lapidaria e non accompagnata da giustificazioni sul ritardo.

<<Tutto solo?>> gli chiese Tony.

<<No, fuori ci sono i miei ragazzi che aspettano dai camion. Siamo venuti con tre mezzi. Dovrebbero bastare.>>

<<Mi auguro di sì>> gli rispose Tony. <<Noi abbiamo dovuto riempire il magazzino fino all’orlo, creando della impalcature per sfruttare gli spazi anche in altezza..>>

<<Immagino. Il magazzino è qui dietro, giusto?>>

<<Esatto>> gli dissi. <<Forza Tony, andiamo ad aprirlo.>>

<Ok.>>

Ci avviammo verso quello che di fatto era un grosso capannone. Lì avevamo stipato i frutti delle nostre fatiche.

L’operazione di consegna durò un’oretta. 

Quando i tre camion furono riempiti lo Sfregiato tornò nel nostro ufficio, reggendo due valigette, simili a quelle nelle quali aveva messo l’acconto.

<<Bene signori>> disse, aprendole sulla nostra scrivania per mostrarci il loro contenuto. <<Qui c’è il saldo pattuito per il vostro lavoro. Un milione di dollari. Controllate pure.>

Io e il mio socio passammo rapidamente al vaglio le mazzette. L’operazione mi imbarazzò alquanto ma la ritenni effettivamente necessaria. 

Non trovammo alcuna sorpresa. 

<<Ottimo.>> Lo Sfregiato riprese la parola, al termine dei nostri conteggi. <<Direi che a questo punto possiamo salutarci. Il mio capo confida nella vostra rinomata professionalità, per quel che riguarda il buon funzionamento degli aerei, dal momento che questa mattina non li abbiamo testati. In ogni caso, per ogni problema… sappiamo dove trovarvi.>>

Il modo in cui calcò quella frase mi fece correre un brivido lungo la schiena. Quando gli strinsi la mano in segno di congedo mi resi conto di averla estremamente sudata.

Dopo aver sentito il rumore dei motori dei camion, che ripartivano portando via le nostre creazioni, tirai un sospiro di sollievo e guardai l’orologio. Era mezzogiorno e mezza. Eravamo liberi e con mezzo milione di dollari a testa.

Dopo alcuni istanti, fu Tony a rompere il silenzio: <<Bene Steve, direi che è fatta. A questo punto, Annette è già stata pagata, quindi possiamo saldare tutte le fatture che abbiamo ancora in sospeso e farla finita.>>

Lo guardai senza capire. Ero ancora un po’ frastornato, e in quel momento mi sentii anche confuso. <<Cosa intendi per “farla finita”?>> 

Il mio socio mi guardò con espressione seria. Dopodiché parlò, gelandomi.

<<Ascolta Steve, è da un po’ di giorni che ci penso. Io e te non siamo più dei ragazzini. Abbiamo quasi cinquant’anni e facciamo affari insieme da un sacco di tempo. Con quest’ultimo lavoro non saremo diventati ricchi ma abbiamo guadagnato abbastanza per ritirarci. E onestamente è quello che personalmente intendo fare. In fondo io qui dentro sono solo un contabile e un manovale. Il vero artista sei tu.>>

Le sue parole furono per me come pugno nello stomaco, ma, per quanto deluso, non fui realmente sorpreso. Era già da un pezzo che sospettavo che il mio socio fosse stanco. E in parte lo ero anch’io. Forse non aveva tutti i torti. 

<<Quindi vorresti sciogliere la nostra società?>> gli chiesi.

<<Io non ti servo più Steve, lo sai.>>

<<Ma che stai dicendo. Senza di te e Robert non sarei mai riuscito a mettere su il nostro giro di affari. Io non so nulla di contabilità, e non sono nemmeno bravo a parlare con la gente.>>

<<Sono certo che te la caverai benissimo anche senza di me. Io mollo amico mio, mi dispiace. Voglio coccolarmi un po’>> mi disse, strizzandomi l’occhio destro.

<<Sarà forse per dedicarti alla tua famosa compagna che non ci hai mai presentato?>>

<<Sì e no. Lei è più un passatempo, e in più è una donna sposata. Prima di tutto voglio dedicarmi un po’ a me stesso. Me lo merito.>>

<<Capisco. Forse fatico a condividere la tua scelta poiché io nella vita ho solo il lavoro. Con Natalie abbiamo divorziato da anni, e anche mio figlio Bruce sta da solo da quando era maggiorenne, incapace di sopportare la convivenza con il nuovo compagno della mia ex moglie. In cuor suo mi attribuisce le colpe del divorzio oltre a svariate manchevolezze nei suoi confronti. Da tre anni ormai ci sentiamo solo a Natale.>> Udii la mia stessa voce permeata di una profonda amarezza.

<<Non ti sei mai voluto rifare una vita Steve.>>

<<Diciamo che non mi è mai capitata l’occasione. Ad ogni buon conto, Tony, ascolta la mia proposta. Visto che abbiamo chiuso tutti i lavori urgenti che avevamo in sospeso prendiamoci un mese di pausa. Dopodiché considerati invitato a cena. Chissà, magari sarò io a ringraziarti per avermi indotto a questo riposo forzoso, oppure sarai tu a riconsiderare la tua decisione.>>

Il mio vecchio amico mi sorrise. <<Affare fatto>> mi disse, stringendo la mia mano e accingendosi a lasciare l’ufficio.

GIOCATTOLIDove le storie prendono vita. Scoprilo ora