Capitolo 14

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L’auto dei miei angeli custodi, una Mercedes nera, era parcheggiata poco distante dalla casa di Anthony.
Alla guida si mise l’uomo che si era finto un poliziotto. Nel tragitto si sbarazzò della divisa gettandola in un cassonetto, per lasciare il posto a una semplice camicia di jeans.
Al suo fianco sedette Vattuone mentre i suoi due tirapiedi vennero dietro con me. Mi ritrovai sui sedili posteriori schiacciato contro il finestrino sinistro dell’auto.
<<Vai a SoHo, Jake>> disse il boss, rivolto all’autista. <<Quando saremo arrivati là sarà il nostro amico a indicarci la strada.>>
La macchina partì in risposta. Pochi istanti dopo sentii premere qualcosa sul mio fianco destro. Abbassai lo sguardo e mi resi conto che era la canna di una pistola. L’uomo seduto alla mia destra, quello biondo e butterato, mi rivolse un sorriso di scherno, come avesse voluto sfidarmi a fare qualche mossa azzardata.
Mi limitai a voltarmi dall’altra parte e guardare fuori. Non avrei comunque tentato alcuna follia, dal momento che tenevano Tony in ostaggio.
Durante il tragitto cercai di isolarmi, concentrandomi sul dialogo che avrei avuto con mio figlio Bruce. 
Anche ammesso che avesse riconosciuto la descrizione dello Sfregiato, mi domandai se in effetti sarebbe stato in grado di aiutarci a rintracciarlo. Ma soprattutto se sarebbe stato disponibile a farlo. La sua freddezza nei miei confronti durava ormai da dieci anni.
All’epoca del divorzio lui era un adolescente di quindici anni. Proprio quel giorno, invece, ne compiva venticinque. Un uomo fatto e finito.
Negli anni successivi alla mia separazione con Janine, provai a spiegargli più volte di aver sempre amato la mia famiglia, ma lui non riuscì mai a perdonarmi di averli trascurati a beneficio del mio lavoro.
Da quando io e i mei soci aprimmo l’attività, all’epoca io avevo trentadue anni e Bruce nove, mai più un week end insieme, mai una gita al lago, mai una partita di baseball alla domenica. I primi tempi soprattutto li passai lavorando sette giorni su sette. Solo oggi mi rendo conto di ciò che ho perso, accecato dalla mia passione.
Purtroppo in quegli anni, anziché riconoscere i miei sbagli, respinsi sempre con ira ogni tipo di accusa, sua e di sua madre, trincerandomi dietro il fatto che il mio tempo libero veniva sacrificato per portare a casa dei soldi e non certo per il mio egoismo. Mi sentivo incompreso.
Inoltre, io e Janine saremmo stati probabilmente destinati a separarci comunque, indipendentemente dalle mie scelte.
La conobbi giovanissima, sui banchi di scuola, e ci ritrovammo a dare alla luce Bruce quando entrambi avevamo ancora solo ventitré anni.
Inoltre lei era bellissima, bruna, e con un fisico sportivo forgiato grazie al nuoto. Io, con i miei occhialoni e lo sguardo da sognatore, potei giusto farla innamorare da ragazzina, ma avrei dovuto immaginare di non poterla trattenere per tutta la vita.
Ma di tutte queste giustificazioni Bruce non volle mai sentir parlare. Alla fine arrivò a detestare sia me che sua madre, rei a suo dire di avergli avvelenato la gioventù con i nostri continui litigi.
Immerso in quei pensieri, decisi che avrei affrontato mio figlio con umiltà. Se l’avessi preso di petto, come altre volte in passato, non avrei ottenuto nulla. Ammesso che ci fosse qualcosa da ottenere.
Inoltre, mai come in quel momento in cui mi sentii vicinissimo alla morte, si squarciò il velo della mia coscienza, mostrandomi tutti i miei errori. Mi domandai se avrei mai avuto modo di chiedere scusa a quel ragazzo, che da tre anni ormai sentivo solo a Natale. Pur di vederlo, di tanto intanto andavo a spiarlo nei pressi del suo negozio.
Assorto nelle mie riflessioni non mi accorsi che nel frattempo eravamo arrivati a SoHo. L’elegante quartiere di New York, famoso per i suoi loft.

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