Capitolo 11

31 10 15
                                        

Il giorno della partenza il mio umore non era migliorato. Quella mattina fui quasi tentato di non andare. Forse avrei voluto convincermi di avere davanti a me un viaggio inutile e che i nostri aerei fossero da tutt’altra parte, magari nella tenuta di qualche ricco eccentrico.
Ma la curiosità prevalse, spronandomi a partire. Finii di fare la valigia e mi recai all’aeroporto. Presi il volo in perfetto orario e arrivai a destinazione alle nove. La manifestazione si sarebbe tenuta nei pressi del campo dell’aeroporto quindi non dovetti fare molta strada. Era una bella giornata di sole. Perfetta per vedere volare degli aerei.

Giunto sul posto trovai molta più gente di quanta mi aspettassi. A occhio e croce era presente circa un terzo delle trecentomila persone che solitamente affluivano per la manifestazione principale. Dunque un numero di spettatori decisamente impressionante per un air-show di modellini.
Lo spettacolo iniziò regolarmente alle dieci e proseguì nell’arco dell’intera mattinata.
Diverse centinaia di aerei sorvolarono i cieli esibendosi in spettacolari acrobazie e andando a formare suggestive coreografie.
Cercai di capire quali, tra i velivoli che stavano sfilando, avrebbe potuto far parte di quelli costruiti da noi, ma ovviamente da quella distanza mi fu impossibile.
Giunti nella seconda parte della manifestazione, quella pomeridiana, non era ancora accaduto nulla di anomalo. Iniziai a pensare, con un certo sollievo, di aver fatto un viaggio a vuoto. Ma nell’arco di pochi istanti dovetti ricredermi.
Si era arrivati al momento dell’esibizione finale, fissato intorno alle ore quindici. Il programma prevedeva che si sarebbero levate in volo due squadriglie da quindici aerei ciascuna, destinate a volare in maniera inizialmente separata, per poi andare a formare un unico grande stormo e chiudere così la manifestazione.
Inizialmente tutto filò liscio. Fu uno spettacolo meraviglioso ed affascinate. Poi però accadde qualcosa di strano.

Metà degli aerei smise, di punto in bianco, di volteggiare in sincronia con gli altri e si diresse verso un punto ben preciso all’interno della folla di spettatori.
Tutto si svolse con un una rapidità impressionante, al punto di impedire di capire se la manovra facesse o meno parte dello spettacolo.
Gli aerei si avvicinarono in picchiata verso il loro obiettivo e appena furono a portata di tiro iniziarono a fare fuoco.
Anche se ero ben distante dal punto in questione ebbi un tuffo al cuore. Quando sentii il rumore dei primi spari, seppi dentro di me che quelli erano i nostri aerei. Senza alcun margine di dubbio.
La folla si allargò tentando di fuggire in maniera caotica. Si scatenò il panico generale. Anch’io cercai di allontanarmi e venni quasi travolto da una fiumana umana.
Pochi istanti e fu tutto finito. Gli aerei cessarono di sparare, ripresero quota e si diressero in alto, verso il vasto specchio d’acqua dell’adiacente Winnebago Lake. Quando vi furono sopra esplosero uno dopo l’altro.

Sballottato da una parte all’altra da sconosciuti che continuavano a scappare, vidi che a terra erano rimasti diversi corpi insanguinati, nel punto ove erano state dirette le raffiche.
Mi sentii mancare. Un forte senso di nausea si impossessò del mio stomaco.
Sentii che dovevo andare via da lì, il più in fretta possibile. A breve sarebbero arrivate le forze di polizia di tutto lo stato del Winsconsin.
Inoltre temetti che da un momento all’altro avrebbero bloccato tutti i voli in partenza.
Allontanandomi mi resi conto che stavo quasi correndo. Fortunatamente c’era ancora una tale confusione che non ero certo l’unico.
Non ci misi molto a raggiungere il cuore dell’aeroporto. Al suo interno vi era una confusione allucinante.
Tutti gli addetti stavano ricevendo notizie frammentarie di quanto era accaduto e disposizioni contradditorie sul da farsi.

Il volo che avevo prenotato per il ritorno sarebbe partito dopo meno di un’ora.
Andai a fare il check in convinto che mi avrebbero fermato. Fortunatamente stavano iniziando a bloccare i voli con le tratte di percorrenza più lunghe. Per gli altri non erano ancora arrivate le disposizioni definitive.
Il mio viaggio durava solamente un’ora e mezza. E mi fu concesso di imbarcarmi.
Seppi solo in seguito che fu l’ultimo volo di quella giornata ad aver ricevuto l’ok per la partenza.
Atterrai a New York verso le diciannove. Ero in uno stato pietoso. In quel momento avrei solo voluto scomparire dalla faccia della terra.
Non potevo tornare a casa mia. Non me la sentivo. Chiamai un taxi e fornii l’indirizzo di Tony.

GIOCATTOLIDove le storie prendono vita. Scoprilo ora