Capitolo 26

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Rientrammo rapidamente a terra dopo esserci divisi. Ognuno dei motoscafi, membri di quella spedizione di morte, si disperse prendendo direzioni differenti. Il nostro, con cinque persone a bordo me compreso, rientrò non troppo distante da dove eravamo partiti, nei pressi del Molo 17.
Il pilota della nostra imbarcazione ci fece scendere sul pontile per poi ripartire alla volta del mare aperto.
Ad attenderci trovammo un’ auto con l'immancabile Jake alla guida.
<<Ciao Jake>> disse il boss salendo. <<È tutto finito.>>
<<Problemi?>> chiese l’uomo di colore, avviando il motore.
<<Nessuno. Andiamo al magazzino.>>
<<D'accordo.>>
L'auto partì senza indugi.
<<Dove siamo diretti?>> domandai sospettoso.
<<Tranquillo amico. Hai recitato bene la tua parte, e sei riuscito anche a non farti ammazzare. Ora tocca a me rispettare gli accordi. Stiamo andando dal tuo socio.>>
In cuor mio sperai che quell’uomo fosse sincero, ma una parte di me si ritrasse terrorizzata dall'idea che mi stesse mentendo. D’altronde, giunto a quel punto, non ebbi altra scelta se non quella di provare a fidarmi di lui.
<<Intanto potresti raccontarmi tutta la storia daccapo. Sono curioso, ora che abbiamo tutti i pezzi del puzzle, di capire esattamente quello che è successo. E purtroppo sono riuscito a origliare solo le ultime frasi di quello che diceva quel figlio di puttana, pace all’anima sua.>>
<<D’accordo>> risposi. Ma prima ho io una domanda da fare. Perché non mi avete detto di aver reso rintracciabile il telefonino dello Sfregiato? Mi sarei comportato diversamente. Così invece ho rischiato di veder buttare in mare la mia unica speranza di salvezza, senza nemmeno saperlo.>>
<<È proprio questo il punto. Se te l’avessi detto avrei aumentato il rischio che ti facessi beccare, mandando a monte quello che era il mio piano di riserva, nel caso fossero riusciti a portarti via sotto il nostro naso. Così invece sei stato spontaneo. È stato un rischio calcolato.>>
<<Un rischio calcolato? >> chiesi, alzando la voce per la prima volta con quell’uomo. <<Ho rischiato la pelle di mio figlio, oltre che la mia. Avete lasciato che mi rapissero, altro che rischio calcolato.>>
<<Sei vivo no?>> mi disse, voltandosi di scatto e gelando le mie ire con uno sguardo.
<<Io… sì, sono vivo.>>
<<Direi che questo chiude il discorso.>>
Consapevole del fatto che la mia vita era ancora nelle mani di quell’uomo, evitai di ribattere, e, chinando leggermente il capo, iniziai a raccontare.
Quando ebbi terminato la mia narrazione, nell’auto scese il silenzio. Il boss non disse nulla e nessun altro osò fiatare. Guardai il mio orologio. Era notte fonda.
Non molto tempo dopo arrivammo nei pressi di un magazzino apparentemente abbandonato, chiuso con una saracinesca fatiscente. Quando l’auto si fermò di fronte ad esso compresi di aver raggiunto la nostra destinazione.
Una volta che tutti fummo scesi a terra, Jake bussò, evidentemente con una sequenza ben precisa di colpi, che convinse qualcuno all’interno ad aprire.
La saracinesca si sollevò giusto lo spazio sufficiente a farci entrare. All’interno del magazzino trovammo una sorta di accampamento. Alcune brandine, sommate a dei tavolacci con dei computer e delle armi sparse in giro mi diedero l’idea di una sorta di centro operativo di fortuna.
Un paio di uomini di Vattuone ci vennero incontro, con espressione palesemente assonnata. Dietro di loro vidi Tony alzarsi e rivolgere verso di me il suo sguardo. Mi domandai se anche lui fosse riuscito a prendere sonno, prigioniero com’era in quel luogo squallido.
Sebbene avesse un aspetto orribile, in particolare a causa delle ecchimosi sul volto che avevano assunto un colorito giallognolo, mi rivolse un largo sorriso.
Fu talmente contento di rivedermi, che di slancio venne verso di me con l’intento di abbracciarmi.
Uno degli uomini al suo fianco si accinse a fermarlo, ma il boss, con un cenno del capo, gli indicò di lasciarlo andare.
Ci abbracciammo con una stretta liberatoria, scordandoci per un attimo che quella storia non si era ancora conclusa, ed eravamo ancora in mano a quel manipolo di mafiosi che avrebbe potuto venir meno alla parola data e farci fuori di lì a pochi istanti.
Tuttavia, in cuor mio, per quel poco che avevo avuto modo di conoscere il loro capo, ero fiducioso. Ero giunto alla conclusione che quell’uomo avesse un suo codice dell’onore.
Mi sciolsi dall’abbraccio di Tony, accingendomi a chiedergli come stava, ma fu il boss a parlare per primo.
<<Bene signori…>>
Inspirai profondamente, conscio che le prossime parole di quell’uomo avrebbero deciso il nostro destino.
<<...direi che il vostro compito si è concluso.>>
Vidi Tony irrigidirsi. Di fatto eravamo come due imputati alla sbarra del giudice, in attesa di udire la sentenza.
<<Sebbene il vostro contributo all’assassinio di mio figlio sia stato determinante, devo altresì ammettere che senza l’aiuto del nostro amico Steve difficilmente sarei riuscito a beccare quel figlio di puttana di Pearl.>>
<<Gregory?>> esclamò Antony spalancando gli occhi.
<<Si Tony>> intervenni. <<Dobbiamo ringraziare lui per tutto questo. Quando saremo fuori di qui ti spiegherò tutto.>>
<<Vedo che dai già per scontato che io vi liberi, giocattolaio>> mi riprese Vattuone.
Mi sentii gelare il sangue nelle vene. <<Avevamo fatto un patto>> dissi con un filo di voce.
<<Hai ragione. E intendo rispettarlo.>>
Sentii Tony al mio fianco emettere un sospiro di sollievo.
<<Tuttavia…>>
Alzai la testa, timoroso di subire qualche nuovo ricatto.
<<…sappiate che non potrete sfuggire a lungo alle indagini della polizia e dell’FBI.>>
Mi resi conto di aver totalmente rimosso quella parte del problema dai miei pensieri.
<<Sin’ora>> proseguì il boss, <<ho fatto in modo, tramite i miei vari agganci all’interno delle loro organizzazioni, di depistarli e tenerli il più possibile lontano da voi. Tuttavia non sono stupidi del tutto. Soprattutto quei capoccioni dell’FBI. Quindi prima o poi vi verranno a cercare. A occhio e croce avete una o al massimo due settimane ancora, prima di trovarveli alle porte di casa. Per quel momento voi dovrete aver abbandonato New York, sia per difendere la vostra incolumità che la mia. Non posso permettermi che vi torchino e colleghino Pearl alla strage e alla morte di mio figlio. Quel bastardo aveva una certa notorietà nel jet set newyorkese, e domani la notizia della sua morte sarà su tutti i giornali. Ultimamente ho già abbastanza il fiato sul collo e non voglio dare a quei signori ulteriori motivi per venirmi a cercare. Inoltre, anche per voi finire nelle mani dell’FBI non sarebbe piacevole. Ve lo posso assicurare. Quindi, in conclusione, se non volete che vi faccia fuori in questo istante, giusto per risolvere il problema, non vi resta che scegliere una destinazione. Al resto penserò io. Nuova identità , documenti fasulli, e tutto ciò che vi potrà servire a sparire.>>
Guardando le nostre facce perplesse, il boss aggiunse: <<Non dovete decidere subito. Vi dò due giorni. Venite a trovarmi qui al magazzino dopodomani, diciamo alle cinque. E ci metteremo d’accordo. Ok? Non pensate di fare i furbi e non presentarvi. Fareste una cazzata enorme, poiché al quel punto mi costringereste a cercarvi e l’FBI diventerebbe il vostro problema minore.>>
<<In realtà io so già dove vorrei andare>> si intromise Tony. <<Il mio sogno è Bangkok in Indonesia.>>
<<Nessun problema. Più lontano andrete e meglio sarà. E tu hai già un’idea?>> mi chiese, spostando su di me la sua attenzione.
Esitai. Ancora una volta la mia vita si stava capovolgendo nell’arco di pochissimo tempo.
D’istinto avrei voluto risponde “Brasile”, mio vecchio sogno, il luogo ove avrei desiderato trascorrere la mia vecchiaia.
Subito dopo tuttavia pensai a tutto ciò che avrei dovuto lasciare a New York. La mia casa, il mio lavoro, e soprattutto mio figlio. Deciso a tener fede alla mia promessa di riappacificarmi con lui se fossi uscito vivo da quella storia mi morsi la lingua e presi tempo.
<<Io non so rispondere così su due piedi>> dissi. <<Ho bisogno di pensarci su.>>
<<Lo capisco>> mi rispose Vattuone. <<Nessun problema. Vienimi a trovare dopodomani. Te invece>> disse rivolto a Tony <<inizia pure a fare le valigie. In genere i miei ragazzi sono molto veloci in queste cose. Non preoccuparti per i tuoi dati anagrafici. Li troveranno loro. Appena i documenti saranno pronti, mi farò vivo io.>>
<<Ok>> rispose il mio socio, con espressione soddisfatta. Evidentemente lui non aveva alcun rimpianto nell’abbandonare la sua città natale.
<<Bene signori. Ora, data l’ora, potete anche levarvi dalle palle. I miei uomini vi porteranno a casa o dove deciderete di andare.>>
<<Vieni da me?>> chiesi a Tony. <<Ci sono parecchie cose di cui dobbiamo parlare.>>
<<Non ora>> mi rispose. <<Sono a pezzi, come puoi immaginare. Vieni a trovarmi domani a pranzo, così avrai modo di raccontarmi tutto e faremo il punto della situazione. Ok?>>
<<D’accordo>> gli risposi. <<In effetti ho bisogno anch’io di una dormita.>>
<<E magari anche di una doccia>> aggiunse il mio socio con un accenno di sorriso.
<<Ok>> disse Tony rivolto agli uomini del boss, che ci attendevano dall’ingresso del magazzino. <<Possiamo andare.>>
Ci voltammo entrambi verso Vattuone il quale ci congedò con un gesto della mano, invitandoci ad uscire.

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