Capitolo 18

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DELIA

Mi svegliai con la testa che doleva e la luce del mattino che filtrava prepotente dalle tende. Da quando ero tornata a casa avevo pianto per ore fino ad addormentarmi. Guardai l'ora, era troppo presto. Presi il telefono dal comodino e lessi una parte dei messaggi di Francesco.

"Delia, parliamo"

"Ho sbagliato, lo so."

"È stata lei a cercarmi, ora non siamo più niente"

"Non devi piangere per uno come me"

"Rispondimi, ti prego"

"Voglio solo sapere se stai bene"

"Si, sto bene" lo inviai senza pensarci troppo.
Sapevo che non avrei dovuto, ma non riuscivo a fermarmi. Era come un bisogno irrazionale, una scarica elettrica che non si spegneva. La notifica di invio confermato brillava sullo schermo. Francesco non rispose subito. Ovviamente. Lo sapevo che era un errore aspettarmi qualcosa da lui dopo che la sera prima ci eravamo urlati contro. Era così che funzionavano queste cose, no? Fuggire, ignorare, lasciare che il peso dei sensi di colpa ricadesse tutto sull'altra persona.

Mi accesi una sigaretta e mi sedetti sul letto, fissando il vuoto. I sensi di colpa mi colpivano come pugni allo stomaco, ma cercai di razionalizzare. Eva non lo meritava, vero? Era stata lei la prima a tradire Francesco, a spezzarlo. Io non avevo fatto altro che accettare quello che lui aveva offerto. Mi stavo solo prendendo la mia parte. Ma io? Io mi meritavo di essere usata così da lui? Lui che poteva avere tutte e a quanto pare le voleva. Lo sapevo. E lo sapevo bene. La mia frustrazione cresceva a ogni tiro di sigaretta. Alla fine, presi la decisione che sapevo avrei preso fin dall'inizio, l'unico modo per dimenticare tutto quello schifo era uno solo: l'eroina.

La borsa era sul pavimento, aperta, con i suoi segreti sparsi tra gli oggetti comuni: qualche spicciolo, un rossetto, e quella piccola bustina che sembrava brillare di tentazione. Mi trascinai fuori dal letto, i piedi nudi sul pavimento freddo e non ci pensai due volte.
Non c'erano esitazioni. Prese il sopravvento quella parte di me che sapeva esattamente cosa fare, quella che non si fermava mai a chiedersi "perché". Bastava preparare tutto, con calma, con freddezza, come un rito che conoscevo a memoria. La siringa, la cintura, la polvere che lentamente spariva sciogliendosi. Il bruciore familiare percorse le vene e la frustrazione lasciò il posto a un vuoto che, per quanto fosse temporaneo, mi sembrò necessario. Solo dopo riuscii a respirare, mentre la realtà si allontanava lentamente. La solita illusione di pace.
Quella pace artificiale, quella pausa dal dolore, quel vuoto che sembrava cullarmi e tenermi sospesa lontano dal mondo. Non durava mai abbastanza, ma era tutto quello che avevo. Chiusi gli occhi, sentendo il calore diffondersi nelle vene, e per un attimo dimenticai Francesco, quella sera, quella bionda e la rabbia. Ma non durò. Non durava mai.

Quando riaprii gli occhi, fissai il soffitto. Il cuore mi batteva piano, un ritmo regolare che sembrava quasi falso. Mi tirai su a fatica, raggiungendo il telefono che avevo lasciato accanto al letto. Le mani mi tremavano mentre sbloccavo lo schermo, ma sapevo già cosa stavo per fare. Scrivergli. Ferirlo. Allontanarlo da me.

"Non voglio più vederti. Va' da Eva. O dalla bionda, o da chi cazzo vuoi. Non ti voglio più. Non mi vuoi nemmeno tu, non per quella che sono davvero. Ti piaccio solo perché sono Delia Lear, quella che tutti guardano, quella che nessuno può avere. È questo che ti piace, vero? Il proibito. Lo sbagliato. E sai cosa? Fottiti. Fottiti tu e il tuo stupido senso di possessione. Torna da Eva e raccontale le tue bugie. Vai dalla bionda e tradisci Eva, fai un live e scopati una fan. Dimenticati di me. Mi fai solo male, mi fai stare male. Sei come un veleno che mi sta lentamente uccidendo. Mi maledico per averti fatto entrare nella mia vita."

EX ANGELO | Kid YugiLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora