Capitolo 27

792 39 4
                                        

━━˚₊‧꒰ა ☆ ໒꒱ ‧₊

DELIA

Il problema della droga è che ti consuma. Ti entra dentro come un sussurro dolce, una promessa di sollievo e prima che tu possa rendertene conto, ti ha preso tutto. È pericolosa, fatale, e ti fa scivolare in un buco nero senza fine.
E io mi ero persa.
Persa tra droghe e perdizione, incapace di distinguere il giorno dalla notte, lo scorrere del tempo inesorabilmente lento, ogni secondo che si trascinava come un'agonia. Erano tre giorni che non mi alzavo dal letto, troppo debole per affrontare qualsiasi cosa, troppo fragile per combattere.

Le tende erano chiuse, filtrando solo una luce fioca e opaca che rendeva tutto surreale, come se fossi intrappolata in una bolla senza via d'uscita. Bottiglie di acqua vuote, pacchetti di sigarette accartocciati e piccole bustine plastica erano sparse ovunque, segni tangibili del mio crollo.

Mi girai sul fianco, le lenzuola attorcigliate intorno al mio corpo sudato. La testa mi pulsava, le vene mi bruciavano e quel senso di vuoto dentro di me sembrava divorarmi dall'interno. Avevo bisogno di qualcosa per colmare quel vuoto, per fermare quella sensazione insopportabile che mi stava lentamente distruggendo. Con mani tremanti, allungai il braccio verso il comodino. La siringa era lì, accanto a un cucchiaio annerito per le troppe volte nella quale aveva incontrato la fiamma dell'accendino. Mi sedetti sul bordo del letto, le gambe che mi reggevano a malapena e presi la siringa tra le dita. Era fredda al tatto e il solo vederla mi fece sentire un misto di nausea e sollievo. Presi dalla bustina un po' di eroina, la misi nel cucchiaio e la scaldai con l'accendino. Poco dopo prelevai il liquido denso e ambrato con attenzione, osservando ogni piccola bolla d'aria che si muoveva nella siringa prima di sparire. Poi strinsi una delle mie cinture intorno al braccio, sentendo il sangue pulsare sotto la pelle, le vene che si gonfiavano in risposta.

Inspirai profondamente, il respiro rotto, mentre cercavo un punto. La pelle era già segnata da piccole cicatrici, ma non mi importava. Quella non era più la mia pelle, quel corpo non era più mio, io non ero più io. Con un gesto rapido, spinsi l'ago dentro. La sensazione fu immediata. Il calore si diffuse lungo il mio braccio, poi attraverso tutto il mio corpo, come un'ondata di sollievo che cancellava ogni pensiero, ogni emozione, ogni cosa. Chiusi gli occhi, lasciandomi cadere all'indietro sul letto, il respiro lento, il cuore che batteva forte e poi si calmava.

Era un attimo. Solo un attimo di pace, un attimo in cui tutto il dolore svaniva, in cui non ero più  persa in un mondo che non capiva, in cui non c'erano paure, rimorsi o dubbi. Ma quel momento durava sempre meno e ogni volta lasciava dietro di sé solo un vuoto ancora più grande.

Mi girai sul fianco, lasciando cadere la siringa sul pavimento. La stanza sembrava girare intorno a me, un vortice di oscurità e ricordi che mi tirava giù, sempre più giù. Francesco. La sua immagine mi balenò nella mente, il suo sorriso, le sue mani che mi stringevano, le sue labbra che mi baciavano, la sua voce che mi diceva di smettere. Ma io non potevo. Non sapevo come.

Le lacrime iniziarono a scendere, calde e silenziose, mentre il mio corpo si abbandonava alla pesantezza della droga. Non sapevo più chi ero, non sapevo più cosa volevo. Ero solo una ragazza che si era persa, che si era lasciata consumare da qualcosa di troppo grande per lei. E in quella stanza buia, con la siringa ancora sul pavimento e il mio corpo che cedeva alla debolezza, capii una cosa: non c'era un fondo. Solo un buco nero senza fine, e io stavo precipitando sempre più giù. 

La stanza dell'hotel era diventata il mio mondo, un universo che puzzava di sudore, fumo stantio e disperazione. Non sapevo più che giorno fosse, né quanto tempo fosse passato da quando Francesco era uscito e io gli avevo mentito dicendo che sarei stata impegnata in chiamate e discussioni con la mia agente. Quando finalmente afferrai il telefono, la cui batteria era al venti percento, realizzai che erano trascorsi tre giorni. Mi ero isolata per tre giorni lontana dal mondo, lontana da tutto... e mi ero fatta così tanto tra eroina, cocaina, speed e MD, che non solo non avevo mangiato, ma non avevo nemmeno risposto ai messaggi o alle chiamate Francesco.

EX ANGELO | Kid YugiLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora