Capitolo 25

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Sebbene io sappia perfettamente che razza di persona ho davanti, non riesco a controllare il mio corpo che, a contatto con il suo, trova un conforto che non vorrei dargli. Le spalle si rilassano, la tensione cede, e sento il respiro farsi appena più calmo. Vorrei che non accadesse. Vorrei essere capace di superare tutto da sola, come ho sempre fatto. Ma da quando Alex è entrato nella mia vita, qualcosa in me si è incrinato. È come se la sua presenza avesse scardinato le barriere che avevo costruito con tanta fatica. Come se, per la prima volta, avessi percepito un rifugio così sicuro da poter mollare la presa... e crollare.

E questo mi irrita. Mi irrita il solo pensarci. Ma non posso farci nulla. Non posso fermarlo.

Lui è qui. Nonostante tutto.

Nonostante quella barriera fredda e spessa che abbiamo eretto tra noi, nonostante i litigi, le parole taglienti, i silenzi carichi di cose non dette. È bastata una telefonata, o forse il tono della mia voce, perché lui capisse che stavo male. Ed è venuto qui, per vedere con i suoi occhi se le sue paure erano fondate.

Le mie lacrime cadono, pesanti, bagnano la sua maglietta grigia che si macchia di un'ombra più scura. Quando me ne accorgo, mi scosto appena, lasciando la presa confortevole e dolorosa in cui mi ero rifugiata. Lui mi lascia andare, ma i suoi occhi restano su di me, attenti. Scrutano il mio viso arrossato, segnato dal pianto.

Vedo la mascella contrarsi.

È turbato.

Più di quanto vorrebbe lasciar vedere.

<<Non me ne vado finché non mi dici che cazzo ti è successo, Cappuccetto Rosso>> Lo dice prendendomi il viso tra le mani, le dita calde che mi stringono appena, gli occhi che si piantano nei miei.

Mi toglie l'aria. Mi toglie ogni difesa.

Poi mi supera, senza dire altro, e si lascia cadere sul divano come se fosse casa sua. Non mi chiede il permesso. E io lo seguo. Perché so che non si muoverà da qui finché non saprà.

Alex è capace di barricarsi in questa casa, di restare ore, giorni, pur di strappare la verità dalla mia bocca.

E forse è per questo che parlo. Perché so che non smetterà. E perché, in fondo, ho bisogno di dirlo. Ho bisogno di sentire la mia voce dare un nome al caos che ho dentro. Di capire se sto impazzendo, se è tutto nella mia testa o se quello che provo è reale.

Così glielo racconto. Gli racconto di mia madre. Di mio padre.

Delle lettere, delle bugie, di quei maledetti quadri trovati a San Diego che per un attimo mi hanno fatto crollare il mondo addosso perchè solo così ho scoperto di non essere figlia di mio padre. E poi, gli dico quello che ho scoperto oggi. Il vero motivo per cui non riuscivo a staccarmi dal suo abbraccio.

Alex ascolta. In silenzio. Lo so che mi guarda, anche se io fatico a ricambiare lo sguardo. Tendo a fissare le mie gambe incrociate sul divano, le mani strette tra loro, le unghie che scavano nei palmi per tenermi ancorata a qualcosa.

Ma sento i suoi occhi su di me, sempre.

E alla fine, quando le parole si spengono e resta solo il rumore del mio respiro, per la prima volta mi sento più leggera. Come se quel peso, condiviso finalmente, avesse iniziato a sgretolarsi, un poco.

Quanto basta per respirare ancora.

Quando le parole finiscono, resta solo il silenzio. Un silenzio pieno, denso, come se nella stanza fosse calata una coperta pesante. Respiro a fatica. Mi sento vuota e insieme troppo piena. Le mani strette una nell'altra, le unghie che scavano nei palmi per restare ancorata a qualcosa.

Lettere dalla LunaLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora