capitolo 32

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Sono giorni che, dentro casa Wonder, il tempo sembra essersi deformato, come se qualcuno avesse deciso di tirarlo, allungarlo, renderlo più lento e più pesante proprio nei momenti in cui vorrei solo che scorresse veloce, che mi portasse lontano da quella tensione costante che ormai si respira in ogni stanza, in ogni corridoio, in ogni sguardo non detto.

Alex ed io ci evitiamo con una precisione quasi chirurgica, come se entrambi avessimo imparato a memoria gli orari dell'altro per non incrociarci mai davvero, come se bastasse questo a cancellare ciò che è successo, ciò che abbiamo detto, ciò che—soprattutto—non siamo riusciti a fermare. Lui passa la maggior parte del suo tempo in ufficio, si rifugia lì dentro come se fosse l'unico posto in cui può ancora avere il controllo su qualcosa, mentre io, quando so che è in casa, esco con Allison, la porto a lezione, la porto a provare, la porto ovunque pur di non restare tra quelle mura che ormai sembrano osservare, giudicare, trattenere ogni respiro.

E Allison...

Allison non ne ha più parlato.

Non ha più detto una parola su quello che è successo, come se avesse preso tutto quel dolore e lo avesse rinchiuso in un punto irraggiungibile, lontano da occhi e domande, ma non per questo meno presente; e quel silenzio pesa, pesa più di qualsiasi pianto, perché è pieno, saturo di cose non dette, di paure che non riesce a nominare.

Il signor Wonder, invece, è diventato una presenza costante, ingombrante, quasi opprimente; non c'è angolo della casa in cui non senta il suo sguardo addosso, come se mi stesse studiando, analizzando, aspettando un passo falso, un errore, una crepa in cui infilarsi per farmi crollare. Mi sento osservata, controllata, braccata, come se ogni mio movimento dovesse essere giustificato, misurato, approvato.

E nel mezzo di tutto questo, la tensione tra lui e Alex è diventata qualcosa di tangibile, quasi visibile, come una linea elettrica scoperta pronta a scaricare da un momento all'altro; non so cosa si siano detti, non so fin dove si siano spinti, ma è evidente che qualcosa si è rotto, e che nessuno dei due ha intenzione di aggiustarlo.

Anzi.

Thomas Wonder va avanti come se nulla fosse, come se tutto rientrasse in un piano già stabilito, continuando a portare Jenna in casa con scuse sempre nuove, sempre più frequenti, come a voler ribadire una presenza, un ruolo, un destino che sembra scritto per forza, senza possibilità di deviazione.

E io—

Io in quella casa non riesco più a respirare.

Anche Isabella e Adrian sono cambiati, più silenziosi, più rigidi, come se stessero recitando una parte imposta, come se ogni parola fosse pesata, controllata, trattenuta.

È come vivere dentro qualcosa che si sta incrinando piano.

E nessuno lo dice.

Mia zia oggi voleva che andassi da loro, voleva portarmi a pranzo, voleva evitare che passassi il giorno del mio compleanno da sola.

Ma la verità è che io questo compleanno non lo voglio.

Non voglio festeggiare.

Non voglio fermarmi a pensare a me, a quello che compio, a quello che sono diventata.

Ho troppe cose che mi girano dentro, troppe cose che stanno cambiando, troppe verità che fanno male per trovare anche solo un briciolo di spazio per qualcosa di leggero.

La telefonata di Beatris è bastata.

È rinchiusa in casa da giorni, sull'orlo della follia, e anche solo sentirla lamentarsi, urlare, sbuffare... è stato stranamente confortante.

Normale.

Molto più normale di tutto il resto.

Quando entro nella stanza di mio padre, però, tutto si ferma.

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