Rimasi scioccata al sentire che forse avrei dovuto trasferirmi in Francia, anche se lí per lí non esclusi definitivamente l'idea. Dopotutto, cosa mi sarei persa della vita che avevo a New York? La scuola? Gli amici? Non era niente a cui non avrei potuto rinunciare, in fondo.
Mi diedero un po di tempo per pensarci, e come tornai, più confusa e stanca di prima, nella sala d'attesa, c'era Alicia ad aspettarmi davanti a due tazze di caffè.
Non mi sarei mai aspettata di trovarla lì. In genere per situazioni del genere c'erano i miei genitori. Ma non quella volta. Mi sentivo comeme quando in quinta elementare nessuno dei due era riuscito ad assistere alla mia recita di fine anno di cui io ero la protagonista, e avevo pianto per un'ora intera.
Ali mi venne incontro con le lacrime agli occhi e mi abbracciò con affetto. Io ricambiai l'abbraccio ma mi staccai quasi subito.
-Non piangere- mi disse, con gli occhi rossi per la stanchezza e forse il pianto, ed era strano perché io non stavo affatto piangendo.
Mi sedetti sulla poltrona con lei accanto e le spiegai quello che mi era stato appena detto.
Solo quando, passandomi il dorso della mano sulla guancia, essa rimase bagnata e sporca di nero mi resi conto che effettivamente stavo ancora piangendo. Non sapevo se era da prima o se avevo cominciato ora, né perché lo stavo facendo; mi sembrava che per le ultime 72 ore della mia vita non avessi fatto altro che piangere.
-Non puoi assolutamente andare in Francia!!- esclamò Alicia appena terminai di parlare -è... dall'altra parte del mondo!!-
Sospirai. -Lo so, Ali. Ma stavo pensando che... ecco forse è la soluzione migliore.- ammisi.
-Come?- domandò lei incredula, e la sua voce non era che un sussurro. Cercai di non pensare al fatto che probabilmente stavo per distruggere il cuore a questa ragazza così carina che mi si era affezionata tanto in solo qualche giorno, e continuai, cercando di trovare le parole giuste per convincere entrambe: -So che sembra stupido e folle, ma in fondo non credo che qui potrei mai essere davvero felice. Ci sarebbero troppi ricordi, troppe cose che mi ricorderebbero sempre la loro morte... Tutto quello che è successo negli ultimi giorni, prima se n'è andato papà, e ora mamma, è davvero troppo per me. Sento che non ce la posso fare, ho subito quelle che sono probabilmente le perdite più importanti della mia vita, i miei genitori.
E... non posso neanche pensarci che mi viene da piangere e urlare, come se non l'avessi già fatto abbastanza, eppure non posso che credere a quanto poco ho conosciuto del mio stesso padre se è morto senza che io neppure sapessi che si drogava.
E a quanto poche volte ho detto anche solo un "ti voglio bene" a mia madre, nonostante probabilmente è sempre stata una pessima madre, ok...
Ma... quello che sto cercando di dire è che non c'è niente di questa città ora che mi trattiene qui. Che mi impedisce di pensare che la Francia sia la soluzione migliore per me.- fissavo le mie mani intrecciate sotto il tavolo, incapace di guardare negli occhi Alicia. Più parlavo e più mi convincevo. In realtà quando era arrivata in commissariato non avevo ancora deciso se trasferirmi in Europa dai miei zii o no, ma ora ero decisa.
-Come puoi dire una cosa del genere? E... i tuoi amici? E io? Non puoi semplicemente... andartene fregandotene di tutto e tutti, pensando solo a te stessa! Non è giusto, e non è giusto che tu creda che invece lo sia!- disse Alicia, alzando progressivamente la voce, e quando finalmente mi decisi ad alzare il viso su di lei vidi che era sull'orlo delle lacrime. No, ti prego, non piangere... una delle due deve resistere ora, e non posso essere io.
-Alicia...- sospirai di nuovo -mi dispiace, ma ho preso la mia decisione.-
La vidi restare a guardarmi per un po e poi distolse lo sguardo, asciugandosi gli occhi umidi.
-Ok.- disse, e il tono di voce che usó mi spezzò il cuore una vomta di più.
-Quindi... hai deciso. Te ne vai in Francia.-
Annuii, incapace di rispondere perché se avessi aperto bocca sarei scoppiata un'altra in singhiozzi.
E poi a sorpresa Alici si sporse verso di me e mi strinse in un abbraccio tra le sue esili braccia. Stavolta la abbracciai anch'io, a lungo, e quell'abbraccio fu come il nostro addio.
A casa avevo solo una valigia, ma era bella grande, e mi feci bastare quella e un borsone per tutti i miei vestiti e pochi oggetti personali. Non potevo credere di stare davvero per abbandonare la città in cui ero nata e vissuta, la scuola appena cominciata, e Ali e Marie... Quella casa mi sarebbe mancata, in ogni suo dettaglio: la mia camera dalle pareti bluette, con la finestra che si affacciava sulla strada sempre troppo affollata davanti casa, e il mio amatissimo letto su cui tante volte mi ero rifugiata con le cuffie nelle orecchie e la musica sparata ad alto volume. Ma stavolta non sarebbe bastata un po di musica per allontanarmi dai miei problemi.
Mentre sedevo per terra con la valigia pronta davanti a me, ripensai a quando lo avevo fatto per isolarmi dalle grida di mia madre, o per consolarmi da una lite con Marie, o perché avevo sporcato il mio maglioncino preferito.
E allora mi resi conto che quelle cose non erano poi così male in confronto a quello che stavo passando ora.
Le avrei ripetute per cento volte pur di far tornare indietro il tempo e far tornare le cose a com'erano solo due giorni prima.
Mi alzai, indossando degli skinny jeans blu scuro, una felpa rosa a pallini neri e una giacca nera.
Scesi le scale e prima di uscire mi voltai un'ultima volta soffermandomi con lo sguardo su quei mobili, quei quadri, quelle stanze che non avrei più rivisto.
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Cure || Luke Hemmings
De Todo"Se avessi saputo che quella sera non mi avrebbe raccontato neanche la metà dell'oscura verita in cui lui e gli altri erano coinvolti, e avessi potuto immaginare cosa stava succedendo a casa, in quel preciso momento, non sarei restata. Ma non potevo...
