•Confronti•

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Capitolo 27

Era la mattina del giorno successivo, avevo passato la notte a cercare di non pensare a ciò che mi aveva detto Leo.
All'inizio sembravo riuscirci ma appena chiudevo gli occhi un altro problema sopraggiungeva: Affrontare Omer.
Non ero pronta a vederlo e parlarci, a comportarmi come se non fosse accaduto nulla, come se ciò aveva provato a fare non mi avesse delusa.
Date le circostanze , avevo pensato che la cosa migliore da fare era rimanere a casa sperando che non ci fossero problemi nel farlo.
-Ariel, ti ho preparato la colazione.Oggi non verrò a scuola, ho delle faccende da sbrigare .- la voce di mia madre mi distolse dai miei pensieri.
-Questo vale a dire che restare a casa non è un'opzione da considerare, giusto mamma?.- tentai, facendo gli occhioni dolci.
- Niente affatto, signorina! Andare a scuola è un dovere.- mio fratello piombò all'interno del soggiorno, imitando la voce di nostra madre.
Quest'ultima scoppiò in una risata.
-Filate a scuola, ragazzi.- concluse, con ancora il sorriso in volto.

[...]

Da circa quindici minuti ero seduta al secondo banco nell'aula di chimica.
Mio padre era alla cattedra in attesa del suono della campanella e io cercavo di non incrociare il suo sguardo, riusciva a capirmi se c'era qualcosa che non andava ed in quel momento volevo solo che nessuno mi facesse delle domande, o sarei crollata.
Per fortuna la classe era quasi spoglia poiché la maggior parte dei ragazzi si tratteneva nei corridoi fino all'inizio delle lezioni e quindi non avevo intorno nessuno che mi disturbava.
Non volevo altro che quella giornata passasse velocemente per andarmi a rinchiudere nella mia cameretta, ovviamente incontrando meno gente possibile.

Dopo sette minuti esatti la campanella suonò e due figure mi si presentarono davanti, quella di Leo, seguita da quella di mio fratello.
Il primo non mi degnò di uno sguardo, ciò che aveva detto il giorno prima mi aveva ferita ma ero sicura che avesse fatto di peggio a lui.
I suoi occhi erano spenti, come se non volesse far trapelare nessun tipo di emozioni, ma io sapevo benissimo quanto stava male sia per Ardak, che per la nostra situazione.

Prima che potesse raggiungere il mio banco Omer entrò in aula, bloccandosi alla mia vista.
Lo conoscevo quasi meglio di me stessa ed ero fermamente convinta che si sarebbe seduto al mio fianco ma io avevo bisogno di stare del tempo lontana da lui per metabolizzare la rabbia, nonostante quanto ci tenessi a lui.
Per evitare ciò appena Leo passo al mio fianco gli afferrai la mano.
Lui rivolse lo sguardo su di me, sebbene lo fece per pochi secondi a me sembrarono un'eternità. Tra di noi c'era una connessione, che riuscivo a percepire solo toccandolo o standogli accanto.
Era amore? Questa era una domanda che continuava a frullarmi nella testa ed a cui ancora non avevo trovata risposta.
Sebbene non lo sapessi con certezza, era un qualcosa che ,seppur impossibile da realizzare, mi faceva stare bene.
Lo tirai verso di me, intimandogli di sedersi accanto a me e lui alzò gli occhi al cielo.
-Non mi mettere in mezzo.- bisbigliò, ma quando vide i miei occhi pregargli di farlo non poté resistere.
Poggiò entrambe le braccia sul banco, lasciandosi andare sullo schienale della sedia, sbuffando.
Omer ci passò davanti, il suo sguardo lasciava trasparire rabbia, odiava che Leo mi stesse accanto.

[...]
Proprio mentre ero quasi vicino all'uscita del cancello, felice di poter tornare a casa senza aver subito un'interrogatorio da qualcuno, una voce attirò la mia attenzione.
-Ariel!- mi girai d'istinto e mi trovai di fronte Omer visibilmente affannato, probabilmente aveva attraversato tutto il corridoio correndo.
-Devo parlarti.- continuò, prendendo dei profondi respiri tra una parola e l'altra.
-Non mi va.- sbottai, sistemandomi lo zaino su tutte e due le spalle e voltandomi per continuare a camminare.
Pensai di essermela scampata quando raggiunsi l'altro marciapiede e mi fermai davanti al negozio di Rafael. Leo era a pochi passi da me.
-Scappi?- mi chiese, avvicinandosi a me con le mani nelle tasche.
-Vado a casa, è diverso.- risposi, mantenendo il distacco.
Mi ero ripromessa di non avvicinarmi più a lui, ma non lo stavo facendo per me stessa.
Lo facevo per lui, perché potesse mantenere la promessa di Ardak e non arrivasse ad odiare se stesso per non poterlo fare.
-Stai bene?- continuò, quando vide che avevo abbassato lo sguardo cercando di non incrociare i suoi occhi.
-Benissimo.- mentii, fingendo un sorriso
-Perché non dovrei?!- chiesi, ma lui fece spallucce.

-Ariel, mi dai la possibilità di spiegare?- Omer era ancora una volta accanto a me, dopo aver corso fino al negozio.
Leo si mise al mio fianco, spingendomi un po' più indietro di lui come in segno di protezione.
-Hai paura di me?- chiese Omer, quasi rimanendone stupito.
-Dici sul serio, Omer? Non ho paura di te, ma di chi potrebbe esserci con te.- ammise Leo, e capii che si riferiva a Phaton, così gli strinsi la mano, come a dire che avrebbe potuto contare sul mio appoggio.

-Sono qui.- Phaton uscì da un angolino, ma Omer ne sembrò sorpreso, la mascella di Leo era tesa e stinse la mia mano con più forza.
-Ariel, te lo giuro non ne sapevo nulla.- disse Omer,alzando le mani come ad enfatizzare ciò che aveva appena detto.
-Confermo.- disse l'uomo dai capelli grigi.
-Non ho bisogno di lui , mi è totalmente inutile in questo momento. È per questo che sono venuto qui.- sorrise, voltandosi completamente verso di lui.
-Devo eliminarti.- continuò, prendendolo per il collo e scaraventandolo verso il muro.

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