Risposta alla domanda di loutommosofia con un approfondimento sull'Antica Grecia. La mia risposta è in corsivo. Buona lettura e scusate il "breve" ritardo.
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Domanda
Quindi il ragazzo più giovane nella coppia , cioè quello d'età compresa generalmente fra i 12 e i 17 anni era come sottomesso, non completamente consenziente ad avere un rapporto con un uomo più vecchio?
Risposta
I romani qualificavano come «vizio greco» (Orazio, Ep. 2,1,156) l'omosessualità maschile praticata con gli adolescenti.
Non ogni amore omosessuale era socialmente accettato, ma solo quello che rispondeva a certe norme della morale della città-stato. Anzitutto era ammesso solo quello tra cittadini liberi, ma non era approvato il corteggiamento di un cittadino libero da parte di uno schiavo e viceversa, perché l'amore verso uno schiavo, anche se giovane, non raggiungeva lo scopo di formazione e di educazione, in quanto lo schiavo non era un cittadino; come pure non era socialmente accettata la prostituzione maschile. L'amore omosessuale, che pure poteva avere la sua manifestazione fisica, era anzitutto spirituale ed intellettuale, ed aveva finalità pedagogiche (teoria dell'educazione mirante a determinare i fini del processo educativo e i modi più atti a conseguirli) da parte dell'adulto nei riguardi dell'adolescente.
I schiavi come ben sappiamo non potevano scegliere, invece i cittadini liberi si. Ovviamente ci sono molte prospettive da tener conto, come ad esempio che i giovani delle coppie, erano appunto giovani, troppo giovani. Come può capire un ragazzino di 12 anni cosa vuole? Ma si deve pensare anche al motivo perché fanno parte di questo rapporto. Come scritto sopra aveva finalità pedologiche, ma non credo che un ragazzino di 12 anni possa fregare più di tanto di un processo educativo. Probabilmente potrebbe essere stata una decisione dei genitori. Oppure se ha già 15 o 16 anni potrebbe anche voler "sperimentare". Beh, ci sono tanti fattori da dover tener conto, e molti probabilmente non li conosciamo...
Una legge di Berea proibiva ad alcune categorie di persone di frequentare il ginnasio, dove stavano i ragazzi, per evitare amori «indegni». Il ragazzo doveva essere corteggiato con serietà ed impegno, anche con regali, e bisognava mostrargli la sincerità del proprio amore e del proprio coinvolgimento anche intellettuale. Solo gli adolescenti («eronomoi»), dai dodici ai diciassette anni, potevano essere amati, non i ragazzi più piccoli, e neppure gli adulti. Era una infamia sedurre ragazzini, in quanto considerati non capaci ancora di scegliere i propri amanti. Una persona, che da adolescente, era stata oggetto d'amore, divenuta adulta, se continuava ad avere un ruolo passivo, veniva aspramente criticata. La società non accettava questo tipo di omosessualità, ma solo quella tra un adulto ed un adolescente. L'adulto poteva anche essere sposato ed avere moglie e figli ed avere nello stesso tempo il suo «pais», il suo fanciullo. Vizioso non era considerato l'omosessuale in quanto tale, ma solo colui che assumeva un ruolo passivo nel rapporto con l'altro; del resto, veniva condannato il solo prostituto, colui che vendeva il suo amore. La prostituzione maschile era sanzionata con la perdita dei diritti politici e civili, ma non c'era penalità per il cliente. Gli antichi non opponevano tanto l'amore eterosessuale a quello omosessuale, che potevano essere contemporanei, ma l'atteggiamento passivo e quello attivo; quest'ultimo era tipico degli uomini adulti, mentre l'altro era invece delle donne e dei fanciulli («paides»).
Alla base di questa concezione greca, che potrebbe risalire a periodi precedenti, c'era l'idea che il rapporto eterosessuale dava la vita fisica all'individuo, ma solo il rapporto tra un adulto maturo e il ragazzo preparava quest'ultimo alla vita sociale e politica. Ma tale rapporto era socialmente e legalmente accettato solo se non si protraeva oltre i limiti di età previsti per l'adolescente, che poi doveva assumere un atteggiamento diverso.
Tale diverso atteggiamento sessuale si esprimeva sia come marito, quindi con rapporto eterosessuale, e sia come «erastes», cioè amante ed educatore del fanciullo amato in vista dell'interesse della vita della città. Il greco dell'età classica era omosessuale in giovane età, ma con ruolo passivo, eterosessuale in età adulta e nello stesso tempo omosessuale con gli adolescenti. Un tale amore era ricercato anche per uno scambio intellettuale con gli adolescenti in quanto non era possibile con le donne, tenute in scarsa considerazione come incapaci di una fruttifera comunione spirituale e culturale. Per cui per un greco comune le tentazioni provenivano dai ragazzi e non dalle donne.
Quando si parlava della bellezza, ci si riferiva normalmente a quella dei giovani, non a quella delle donne. Per molti pensatori greci l'amore omosessuale per i ragazzi era superiore a quello eterosessuale, perché questo nasceva dalla necessità naturale della procreazione, ed era quindi di grado inferiore all'altro, che aveva soltanto uno scopo estetico e di comunione. Era convinzione diffusa che non si potesse amare veramente una donna; il matrimonio era giudicato necessario e per questo protetto dalle leggi, ma non lo si riteneva frutto dell'amore, né perseguibile in vista dell'amore. Tuttavia quanto si è detto «non significa che ai greci fosse consentito esprimere liberamente la loro bisessualità: neppure se erano uomini. Neppure agli uomini, infatti, era dato manifestare i sentimenti e assecondare liberamente le proprie pulsioni individuali. L'uomo greco doveva vivere le esperienze omosessuali nel momento giusto, con le persone giuste e secondo regole giuste» (E. Cantarella, Secondo natura, Milano 1995, 171).
La legge interveniva per regolare l'amore omosessuale e limitarlo, così che favorisse soltanto la formazione del cittadino ed evitasse la degenerazione in amori «volgari». L'amore lesbico, non avendo importanza per la vita della città, se esisteva, era sottaciuto e non si regolamentava. Per cui di esso non si sa quasi nulla. La donna «onesta» nel gineceo, separata fisicamente e spiritualmente dagli uomini, non era una persona con la quale si poteva stabilire una comunione di vita, ma era solo destinata a continuare la riproduzione, e solo in quanto generatrice di cittadini era utile alla città. La donna normale era destinata al matrimonio con un uomo che lei non aveva scelto; essa non aveva altre vie di scampo, se non peggiori. Tuttavia questa unione matrimoniale, anche se normalmente solo imposta dall'esterno, poteva anche fare germogliare nella sposa un amore sincero verso il marito. Anzi siccome la donna non era in grado di immaginare una situazione diversa da quella che le era toccata, lei viveva la sua convivenza sottomessa e dedita al marito nel rispetto assoluto verso di lui. Le donne non schiave che avevano maggiore libertà erano le «etere»: cortigiane, che svolgevano un lavoro di intrattenimento musicale e danzante nei simposi, momenti e luoghi anche di amore. Nella Grecia antica in fondo non esisteva una «morale di coppia», che invece troveremo a Roma nel periodo imperiale. L'amore efebico, in quanto non escludeva, anzi, i rapporti con donne, era ben diverso dalla concezione moderna della omosessualità, ed è di difficile comprensione per noi, come pure doveva essere molto difficile da vivere nel contesto della civiltà ateniese, che aveva il suo rigoroso codice morale.
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Curiosità LGBT
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