Era passato poco più di un mese dall'ultima volta che lo aveva visto, eppure aveva ancora chiaro in mente quel giorno.
Sentiva le sue parole rimbombargli nella testa e quasi non aveva il coraggio di voltarsi, consapevole che, se solo lo avesse fatto, il mondo gli sarebbe crollato addosso.
Ma l'idea di entrare lì, in quell'ospedale, e trovare Gabriel in terapia intensiva senza che suo fratello lo vegliasse in reparto, era più folle di qualsiasi idiozia avesse mai potuto raccontare ai medici per tergiversare sulla sua finta amnesia.
Perciò prese un bel respiro, cercò di farsi coraggio e, dopo aver trattenuto l'ennesimo singhiozzo, si portò via le lacrime dalle guance. Si voltò a guardarlo. Gli occhi arrossati, vacui e lucidi, esalò: «Sono venuto a trovarlo». E ancora: «Dov'è?».
Se possibile, lo sguardo di Darrell si fece ancora più cupo. Le sopracciglia, tremando verso se stesse, calarono verso il basso e seguirono il moto delle labbra, che si lasciarono scappare un suono strano, cinico, e poi si schiusero per dire: «Certo, è ovvio che tu sia venuto qui per lui». Allora si passò una mano sul viso, tra i capelli, e si diede dello sciocco.
Randy corrugò la fronte, cercò di studiarne l'espressione con scarsi risultati e la catalogò subito come impenetrabile. Poi, prima di poter dire qualcosa, gli sentì grugnire un:
«Non lo troverai qui».
«E dove, allora?» incalzò senza voce.
Un sorriso amaro si dipinse sul volto di Darrell e, nello stesso momento in cui si rese conto che non lo avrebbe degnato della minima spiegazione sulla sua scomparsa dal Royal Victoria Hospital, gli fece cenno per essere seguito.
In un attimo, Randy scattò in piedi. Senza respiro, i polmoni ridotti a due prugne secche, gli corse dietro e iniziò a battere le suole in gomma sulle mattonelle chiare del corridoio.
Aveva le palpebre sollevate, con le ciglia rossicce che quasi gli carezzavano la pelle, e gli occhi fuori dalle orbite. Quando lo raggiunse, prese a balbettare veloce: «Lo hanno trasferito? È così, non è vero? Come sta?».
Lui non rispose, non subito, ma poi sussurrò un: «Puoi vederlo tu stesso». Accelerò il passo, avanzò tra le stanze del reparto di neurologia e lo precedette, distanziandolo di quasi un paio di metri per poi fermarsi all'improvviso di fronte a una porta chiusa. Il mento chino, l'agitazione nelle vene, disse: «Entra, avanti». E sollevò una mano, lo invitò a muoversi per primo, non osò neppure toccare la maniglia.
Dal canto suo, Randy deglutì a vuoto. S'immobilizzò e, ingoiando pesanti boccate di codardia, cercò dentro di sé il coraggio per farsi avanti; tuttavia non lo trovò e iniziò a tremare come una foglia di fronte allo sguardo di Darrell.
Poi, d'un tratto, percepì il suo tocco gentile sulle spalle e sussultò. Gli lanciò un'occhiata incerta, schiuse le labbra, si sentì dire:
«Ci sono io con te, non preoccuparti».
Annuì incerto, mormorando un: «Grazie». Infine si sporse in avanti, afferrò la maniglia e l'abbassò senza pensare.
Il sangue che gli rombava nelle orecchie, le pulsazioni in gola, un nodo strano attorno alle corde vocali. Chiuse gli occhi, poi li riaprì e lo vide: la, nel riverbero della luce mattutina, che filtra attraverso le tende della stanza privata; la schiena adagiata sul materasso rigido, appena sollevata, e la testa voltata su un lato, verso le nubi spumose e gonfie come panna montata.
Mancò un battito, quasi guaì. Poi, senza accorgersene, lo chiamò. La voce bassa, gemette un: «Gabriel».
Ma lui non rispose. Immobile, le palpebre fisse, continuò a osservare il volo di un paio di uccelli al di là del vetro.
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Invisibile (salvation)
Romance(ADATTA A UN PUBBLICO MATURO) Dopo l'incidente, Gabriel non è più lo stesso. Steso sul lettino del Royal Victoria Hospital, fatica perfino a parlare e non riesce a muoversi. È per questo che Darrell prende in mano la situazione e, spronato da Simon...
