28 - Crimes

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Fuori Casa Graham, su Knock Eden Park, gli parve di sentire la sua voce nelle orecchie: "Trova un modo per fermarlo, Simon, se non vuoi che a farlo ci pensi Il Grande Drago Rosso". Così, con lo sguardo fisso sul cancello illuminato, si chiese se ne sarebbe in grado e se Abeigeal avrebbe potuto accontentarsi, abbassare il tiro, allontanarsi da Short Strand e da Belfast con quell'intera setta di pazzi che le gravitava attorno. Poi, dopo essere rimasto immobile per qualche minuto, si fece coraggio e prese un bel respiro, suonò al campanello. Attese, udì un leggero suono metallico, infine la voce scocciata di Darrell che chiedeva:

«Chi è?».

Deglutì a vuoto, si umettò perfino le labbra e, nervoso, rispose: «Sono io, Simon». Allora immaginò di poter essere cacciato ancora, magari anche picchiato a sangue; tuttavia lo vide uscire dalla porta, scendere i gradini del portico e avvicinarsi a passo lento per aprire.

Lo sguardo basso, le chiavi in mano, sputò solo un: «Entra, avanti».

Non se lo fece ripetere due volte, ignorò anche il dolore alla gamba e zoppicò appena, raggiungendolo nel viale interno. Poi, sentendogli emettere un suono divertito, si voltò crucciato.

«Ti senti bene, vedo.»

Chinò lo sguardo, pensò al tutore che aveva lasciato sulla poltrona e storse di poco le labbra. Grugnì, fece spallucce, disse: «Sì, sto meglio». E gesticolò, lo precedette verso l'ingresso, si schiarì la voce. «Gabriel è ancora sveglio, immagino. L'ho sentito poco fa al telefono, dobbiamo parlare di una cosa urgente.»

Darrell abbassò di poco le palpebre, lo seguì senza aggiungere altro e annuì. Infine, quando lo vide entrare in casa, si chiuse la porta alle spalle ed esordì con un: «Di cosa dovete parlare?».

«Del libro» disse, cercando di restare vago.

In tutta risposta, lui emise un leggero suono divertito. «Del libro, è ovvio.» Scosse la testa in un moto contrariato, infine aggiunse: «Adesso che non sono io il tuo scrittore, ricominci a tartassarlo giorno e notte?». Un sopracciglio sollevato, schioccò: «Ti ha già perdonato?».

Storse il naso in una smorfia. «No, ma spero lo faccia alla svelta.»

«Io spero non lo faccia affatto.»

«La tua schiettezza è quasi disgustosa.»

«Mai quanto te» sputò, il mento alto. Lo guardò, fissandolo dritto negli occhi, e poi gli vide scrollare le spalle con noncuranza. Serrò i denti, incrociò le braccia al petto. «Gabriel è nello studio» disse, sperando di toglierselo di torno; ma non riuscì neppure a finire la frase, che subito lo vide scattare verso la porta incriminata e bussare un paio di volte. Allora roteò gli occhi, li rivolse verso il soffitto e si lasciò andare a uno sbuffo. «Sbrigati, non voglio averti tra i piedi.»

«Mi sta bene» mormorò, ma non prima di aver udito un debole "Avanti" provenire dall'interno dello studio. Poi, aprendo la porta, sparì dentro la stanza e puntò lo sguardo sulla scrivania, batté le palpebre un paio di volte, corrugò la fronte. «Gabriel, tutto bene?» chiese sottovoce.

Lui sollevò le testa, lasciò scivolare il palmo sul bordo del laptop e distolse lo sguardo dallo schermo. Con la mano libera si tolse gli occhiali e poi sollevò il mento. Disse: «Perdona il disordine».

Una frase che fino ad allora era stata solo di circostanza e che in quel momento parve prendere forma.

Simon si guardò attorno, vide il lettino cui riposava Gabriel, le lenzuola scomposte, i cuscini ammassati in un angolo del divano e il deambulatore spostato accanto alla scrivania. Deglutì impacciato, abbozzando un sorriso. Poi sussurrò: «Figurati, sai che posso fare di peggio...».

Invisibile (salvation)Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora