Aveva sempre desiderato farlo: entrare in uno studio, sapere di poter parlare di tutto, raccontarsi proprio come non era successo di fronte al registratore di Gabriel; liberamente, senza un filo logico, dando fondo ai suoi pensieri nascosti e alle paure più sciocche, più cupe.
Ecco perché, seduto sulla poltroncina di Rowan Moran, smise di scappare da se stesso e, per la prima volta, tirò un vero sospiro di sollievo.
Nelle narici, lo stesso profumo di lavanda che lo aveva infastidito durante il tragitto a bordo della Toyota rossa. Per un attimo si chiese se lo avesse preso in giro e se quei fiori gli piacessero davvero, perché, voltandosi verso la finestra, ne vide un vaso rigoglioso.
Fu a quel punto che, dopo quasi cinque minuti di attesa, Rowan rientrò nel suo studio. In una mano stringeva una fumante tazza di tè nero e aveva un sorriso ebete stampato in faccia. «Scusa, il bollitore non voleva collaborare» ridacchiò, mettendosi a sedere dall'altro lato della scrivania. Posò la tazza accanto a una pila di tomi freudiani dai bordi consunti e guardò Randy negli occhi. Disse: «Non immaginavo che alla fine mi avresti chiesto di vederci».
«Non è un appuntamento» balbettò confuso, le sopracciglia appena aggrottate.
«Tutti quelli che prendo con i miei pazienti sono degli appuntamenti» puntualizzò lui. Soffiò sul tè, poi si avvicinò la tazza alle labbra e sorseggiò.
«Quindi sono un paziente...»
«Mi hai chiesto se avessi tempo per una seduta» iniziò a dire dopo aver deglutito. «È ovvio che tu lo sia; oppure, il tuo, è solo uno strano modo per cercare di non pagarmi?»
Randy schioccò la lingua sul palato e, piccato, borbottò un: «Figurati, non ho problemi economici».
«Per fortuna» sospirò Rowan. «Eppure non sembri convinto, c'è qualcosa che ti turba» commentò, sollevando entrambe le sopracciglia. «Perché hai voluto che organizzassimo questa seduta?»
«Vai subito al sodo, tu» disse Randy, lasciandosi scappare un suono quasi divertito, forse di scherno. «Pensavo che ci avresti girato attorno o che so io.»
«Da qualche parte dovremmo pur iniziare, non credi?»
Mugolò, annuì, disse: «Questo lo so».
E Rowan aggiunse: «Sento un "ma" nell'aria».
«Ma è la prima volta che parlo con qualcuno come te e non so da dove iniziare.»
«Cercavo solo di renderti la cosa più semplice» incalzò, facendo spallucce. «Però, volendo, posso lasciarti libero di parlare a vuoto; un flusso di coscienza alla Joyce, sì. Come preferisci: niente domande, promesso.»
«Le domande vanno bene» mormorò, con lo sguardo basso, fisso sulle proprie nocche sbiancate, che si tormentavano a vicenda. «Mi fanno capire di essere interessante, ascoltato...»
Rowan annuì, disse: «Immagino che sia per questo che mi abbiano trasformato in un gran chiacchierone».
«Perché a nessuno piace fare monologhi?» scherzò Randy, un angolo delle labbra sollevato.
«Possibile» rispose, con altrettanta ironia. Poi riprese la tazza di tè e sorseggiò. «Allora vai, introduci un argomento, Randy, e partirò con l'interrogatorio.»
«Addirittura?» ridacchiò. «Adesso esageri.» Prese una piccola pausa, si carezzò la stoffa dei pantaloni e promise a se stesso che sarebbe passato a comprare qualcosa in High Street per ridare indietro tutto quanto e dimostrare a Darrell di essere cresciuto, di non avere bisogno di niente, tantomeno di essere mantenuto da qualcuno.
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Invisibile (salvation)
Romance(ADATTA A UN PUBBLICO MATURO) Dopo l'incidente, Gabriel non è più lo stesso. Steso sul lettino del Royal Victoria Hospital, fatica perfino a parlare e non riesce a muoversi. È per questo che Darrell prende in mano la situazione e, spronato da Simon...
