Ogni sera, come un idiota, Randy finiva con l'imbrunirsi e pensare che quel lettino montato nello studio fosse stato una ripicca nei suoi confronti. Poi, sistematicamente, tornava a ragionare. Si guardava allo specchio, aggrottava le sopracciglia, sputava qualcosa come "Finiscila, Darrell non sapeva nemmeno di te e Gabriel" e prendeva a lavarsi i denti. Tuttavia, la lontananza di un semplice piano lo rendeva inquieto e ogni volta non vedeva l'ora che sorgesse il sole per scendere e vedere come stesse Gabriel, per scrociare le dita dinanzi al suo lento moto col deambulatore.
Così, perfino quella notte, con le labbra che tendevano verso il basso e il caldo che gli si appiccicava addosso assieme alle lenzuola, non fece altro che girarsi e rigirarsi sul materasso, mentre la luce dell'abat-jour gli carezzava lo sguardo di traverso.
Pensò a Gabriel, al fatto che gli avesse promesso più volte la sua vicinanza e che, tutto sommato, non avesse quasi avuto modo di abbracciarlo. E con le immagini di quel giorno in ospedale che gli riempivano la testa, arrossì appena e si rintanò nelle spalle. Si sentì in colpa, sbagliato. Se fosse sceso per fare una cosa del genere, allora sarebbe stato vuoto, automatico, così si disse.
I denti che premevano contro il labbro inferiore, che raschiavano appena per tormentarlo, e le dita strette, le nocche sbiancate. Sbuffò, con il fastidio sotto pelle.
Infine ricordò le parole di Simon, il modo in cui Gabriel era solito passare le ore di lavoro di fonte allo schermo, e scattò seduto sul letto. Trattenne un gemito, l'orrore nello sguardo, e sgranò gli occhi, socchiuse le labbra, emise solo un suono basso, un debole: «Non lo starà facendo davvero». Scese alla svelta, indossò solo le ciabatte e, di corsa, si affannò verso le scale, lungo il corridoio.
Immobile, di fronte alla porta chiusa dello studio, tentennò. Per un attimo sperò che la sua teoria fosse sbagliata, ma poi abbassò la maniglia, si fece avanti senza bussare, e lo vide proprio lì, piegato sulla sedia, accovacciato sulla scrivania, sotto il riverbero della lampada.
Mancò un battito, non riuscì neppure a chiamarlo. Con la voce strozzata in gola, gli si avvicinò. Poi deglutì, posò una mano sul suo braccio piegato e si spronò nella sua direzione. Solo allora mormorò uno: «Svegliati, non puoi restare sulla sedia, Gabriel». Lo sentì mugolare appena, come un bambino, e ripensò subito alle parole di Darrell. Prese a mordicchiarsi l'interno di una guancia, mentre i nervi gli camminavano lungo la schiena, e inspirò lento, cercando quella calma interiore che sembrava ormai scomparsa. Allora riprovò: «Gabriel, mi senti?».
Lui aprì appena gli occhi, sollevò le palpebre per poi abbassarle ancora. Si lasciò sfuggire un sospiro assonnato, un gemito indolenzito. «Che succede?» chiese, biascicò, la voce impastata.
E Randy sbuffò sonoramente, prese a scuoterlo. Gli occhi rivolti al soffitto, iniziò a sentirsi infastidito per la vicinanza della lampada che gli bucava le retine. «Devi svegliarti, spostarti di qui, o domani non riuscirai nemmeno a muoverti con quell'affare strano che ti porti dietro» grugnì.
Gabriel mugolò ancora, puntò un palmo sulla scrivania e infine sollevò il capo. Guardò Randy attraverso un velo di stanchezza, abbozzò un sorriso e poi sentì una grossa fitta attraversarlo da capo a piedi. Storse la bocca in una smorfia, arricciò il naso. «Dio, mi sono addormentato?»
«Direi di sì» confermò atono. Dapprima lo lasciò andare, mosse un passo indietro e pensò che dovesse fare da solo; tuttavia, non appena lo vide arrancare a un passo dal laptop, sentì una morsa al petto e circumnavigò la scrivania, lo afferrò per il busto, cercò di aiutarlo a tornare dritto.
«Lascia stare, Randy, ce la faccio» minimizzò.
«Non lascio stare affatto.» Scosse la testa e continuò a rallentare il suo moto frettoloso, nervoso, per spronarlo con calma verso lo schienale in pelle. Poi lo sentì sospirare, gli vide chiudere gli occhi e studiò il suo profilo stanco, l'impronta dell'orologio che gli si era marchiata sulla guancia. «Da quant'è che stavi in quella posizione?» chiese, come se Gabriel potesse davvero rispondergli.
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Invisibile (salvation)
Romance(ADATTA A UN PUBBLICO MATURO) Dopo l'incidente, Gabriel non è più lo stesso. Steso sul lettino del Royal Victoria Hospital, fatica perfino a parlare e non riesce a muoversi. È per questo che Darrell prende in mano la situazione e, spronato da Simon...
