19 - What The Water Gave Me

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Aver detto la verità a Gabriel lo aveva reso libero, in qualche modo, ma ancora non riusciva a credere di averlo fatto. Sentiva un peso all'altezza dello stomaco ed era come se quella discussione avuta in cucina avesse aperto in lui una voragine.

Aveva ricominciato a dubitare di tutto, perfino del passante col cane al guinzaglio, quello che lo salutava sempre col sorriso e che, anche in quel momento, mentre stava aprendo la portiera del taxi, tratteneva il Pincher scodinzolante.

Così, quando raggiunse Clarence Street, si guardò indietro con sospetto. Osservò la via appena trafficata, lo sbuffo della marmitta, il palazzo di mattoni rossi. Poi avanzò, si fermò fuori dal portone e diede una veloce occhiata all'orologio da polso. Suonò al citofono, attese la sua voce, il "Chi è?" che non tardò ad arrivare.

«Ti aspetto giù, Rowan» disse, certo che lo avrebbe riconosciuto.

E lui non aprì il portone, mugolò solo un: «Sì, scendo subito».

Pochi minuti dopo, Randy lo vide; aveva degli abiti strani, diversi dal solito, sicuramente più leggeri, o almeno così si disse. Anche se definirli strani sarebbe stato sciocco. Si corresse subito, squadrandolo, mentre usciva dal palazzo e lo raggiungeva in strada con il suo classico sorriso.

Rowan sollevò un braccio, fece frusciare il lino aranciato della casacca e lo salutò con un: «Buongiorno, dormito bene oggi?». Gli vide aggrottare di poco le sopracciglia e si sentì sotto tiro, perciò seguì il moto curioso dei suoi occhi lungo le gambe, verso i pantaloni scuri di cotone. «Cosa c'è?» chiese.

«Ti vesti sempre così quando vai dai tuoi amici bonzi o quello che sono?» borbottò, un sopracciglio sollevato.

Lui ridacchiò. «Cavoli, sei così restio? L'altra volta ti è piaciuto.» Fece spallucce, poi mise una mano dietro la sua schiena e lo spronò lungo la strada, verso la direzione in cui aveva parcheggiato la propria auto. «Cos'hanno i miei vestiti che non va?»

«Fanno schifo, tutto qui» disse a mezza bocca.

«Oh, ma che gentile!» Il tono cantilenante, l'avanzata placida. «Eppure riesci a concentrarti bene con l'arancione, no? È un colore caldo, intenso, in grado di calmare gran parte della popolazione...» iniziò a dire, venendo subito interrotto dallo schiocco della lingua di Randy.

«L'arancione fa parte dei colori caldi, per l'appunto, e i colori caldi sono eccitanti, Rowan. Di solito sono quelli freddi ad avere un potere calmante, come l'azzurro e il viola» spiegò laconico.

«Ma per l'arancione vale un discorso a sé, signorino so-tutto-io» lo apostrofò. «Il rosso è un colore eccitante, un colore che accelera il flusso del sangue e che, per anni, si è creduto spingesse i tori contro la morte; poi hanno capito che il colore non c'entrava niente, che la loro vista era in bianco e nero e che la colpa era solo dello svolazzare del drappo, perciò questa è un'altra storia.» Gesticolò. «Quindi no, l'arancione non è un colore eccitante. Come hai detto tu, lo usano anche i monaci buddisti.» Chinò appena la testa nella sua direzione e, mantenendo il sorriso, fece scivolare la mano, la ritrasse, la posò dritta accanto al proprio fianco.

«Sei una rottura di palle, Rowan» sbuffò, smettendo di guardarlo e puntando gli occhi di fronte a sé.

«Perché dici così?» indagò, sollevando le sopracciglia con fare curioso.

«Perché sei noioso. Spero tu non voglia raccontarmi anche la storia del colore arancione, potrei strapparmi le orecchie» grugnì. «O potrei strappare a te la lingua; sì, forse è meglio: non ho mai avuto istinti autolesionisti.»

Divertito, voltò l'angolò. Sollevò appena la voce e, scherzando, disse: «Allora dovremmo approfondire i tuoi istinti omicidi, Randy».

Per un attimo, lui impallidì. Lo guardò e si chiese se avesse mai fatto menzione della fine che aveva fatto il Sacerdote de Il Grande Drago Rosso, del perché restare a Belvoir Park Forest lo turbasse tanto quand'era nella Comunità Educativa Riabilitativa. Abbozzò un sorriso tremulo, lo seguì e mormorò: «Scherzi, non ho certo istinti omicidi».

Invisibile (salvation)La tua prossima ossessione. Scoprilo ora