3 - Powerful

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Tutto era rimasto uguale, perlomeno così si disse Randy quando varcò la soglia di quella porta rossa a Knock Eden Park e si trovò dinanzi il solito ingresso dalle tinte pallide; accogliente, silenzioso, tirato a lucido dalla governante.

Subito dopo udì delle risate leggere e, a distanza, vide Logan, il piccolo di Darrell, correre a destra e sinistra nel salone pieno di giochi colorati.

Rimase immobile, gli occhi puntati su di lui, mentre Judy lo raggiungeva per riportarlo sul tappeto con sopra disegnati i dinosauri. Allora addolcì lo sguardo, sorrise e si rivolse a Darrell con un: «Lo lasci spesso con la babysitter per andare in ospedale?».

«Vorrei stare con lui molto di più, ma Gabriel ha bisogno di assistenza continua» iniziò a dire.

«È immobile» lo contraddisse. «Di che tipo di assistenza stai parlando?»

Darrell aggrottò le sopracciglia. «Stai scherzando?» chiese secco. «È proprio questo il punto. Il fatto che sia immobile non significa niente: ha bisogno di presenza costante, di compagnia, altrimenti potrebbe non avere il coraggio di rialzarsi.»

Randy serrò i denti, non sapendo se sentirsi più in colpa per aver creduto Gabriel spacciato o per averlo detto a voce alta, di fronte all'unica persona a lui cara. Così, sulla porta, calò di nuovo lo sguardo verso il pavimento e disse: «Hai ragione, scusa». Si schiarì la gola secca, stringendosi nelle spalle, e sollevò gli angoli delle labbra in un'espressione strana, tirata, azzardando con un: «Se vuoi posso sostituirti io».

«Sostituirmi?» echeggiò crucciato.

«Sì, in ospedale. Non dico sempre, s'intende; immagino che anche tu voglia stare accanto a tuo fratello, che voglia seguirne i miglioramenti. Ma così facendo potrai passare del tempo con Logan.»

«E tu con lui» concluse in un borbottio, facendo passare qualche attimo di silenzio.

Randy batté le palpebre. «Cosa?» Sollevò il capo di scatto e lo guardò perplesso. Per un momento, si chiese se lo avesse visto e arrossì, disse: «Ovvio che voglia passare del tempo con lui, dopo ciò che è successo».

«Certo» sospirò. «E io sarei solo uno sciocco a essere geloso, visto lo stato in cui si trova.» Si passò una mano sul viso, scosse la testa e respirò profondamente, cercando di ritrovare la calma. Infine deglutì e mormorò: «Scusa per quello che ti ho detto quella volta: non è colpa tua, non è colpa di nessuno se Gabriel ha fatto quell'incidente».

«Sappiamo bene entrambi che non è così» lo corresse a mezza bocca, il volto teso.

Lui lo guardo bene, cercò di studiarlo in silenzio e poi disse: «Ti sbagli, Rondinella». Rimase in silenzio, puntato dal suo sguardo confuso. Le mani in tasca, le spalle appena sollevate, si ritirò come una tartaruga e sollevò le sopracciglia, tentò di divagare e guardare altrove. Dopo un po', però, cedette e mormorò: «Era già stato scritto, non potevamo fare nulla per impedire che accadesse».

«Ma cosa stai dicendo?» chiese, strabuzzando gli occhi. «Non è da te parlare in questo modo nichilista.»

«Ho avuto modo di riflettere» disse sbrigativo. Gesticolò, cercando di chiudere il discorso per non dover dare ulteriori spiegazioni, e si allontanò verso lo studio di Gabriel.

Randy lo fissò sconvolto, la bocca spalancata e poi tesa in una linea retta. Gli fu subito dietro, ancorandosi al montante in legno chiaro e osservandolo, mentre si sedeva sulla poltroncina di pelle al di là della scrivania. «Sei strano» sentenziò.

«Sono cambiato» lo corresse piano, con una mano ferma sullo schermo chiuso del portatile. «Tante cose sono cambiate in questo mese.»

«Quante?» indagò senza voce. Le gambe molli, che lo ancoravano a un passo dal corridoio.

Invisibile (salvation)Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora