47. Io starei morendo di fame

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Entrai in casa, con le lacrime agli occhi e il fiato pesante. Sbattei la porta alle mie spalle e salii le scale per andare in camera mia; avevo bisogno di mettere insieme tutti i pezzi e di fare piazza pulita, al momento ero confusa e non ragionavo lucidamente.

«Cindy?» la voce di Barrie mi fece sussultare.
Mi voltai verso di lui e repressi un singhiozzo interiormente. Lo guardai con un'occhiata corrucciata e tirai su con il naso.

Lui si prese un paio di secondi per scrutarmi, poi il suo viso si aprì in un'espressione sorpresa e afflitta. Si avvicinò a me e mi poggiò una mano sulla spalla. «Te l'ha detto, vero?»

«Capisci ora perché cercavo di tenertelo lontano? Vedi cosa ti ha fatto ora? Stai male e io volevo proprio evitare questo.» sospirò e io alzai immediatamente le sopracciglia.

«Si mi ha detto tutto, e ora io lo dico a te.» cercai di fare uscire la mia voce sicura e mi staccai di un passo da mio fratello in modo da vederlo bene negli occhi.

«Ti sbagli su Sean. Per tutto questo tempo siete rimasti distanti perché entrambi siete due idioti, ma lui non ha colpe, e tu lo odi per una cosa che non ha fatto.» mi mordicchiai l'interno del guancia e agitai le mani a mezz'aria. Barrie storse il capo e aggrottò le sopracciglia formando una grinza sulla fronte.

«Ha fatto guidare Noah da ubriaco marcio Cindy, e lo difendi anche? Ha ucciso il nostro migliore amico e ha ucciso anche il tuo, come puoi dire così?» sembrava stesse delirando, aveva la vena sul collo che pulsava e gli occhi sgranati.

«Come puoi dire così tu! Lo incolpi senza sapere come sono andate le cose. Era lui che guidava e sono sicura che tu sai che non aveva toccato nemmeno un goccio di alcol.» ripetei ciò che mi aveva detto Sean, mi fidavo di lui e credevo alle sue parole. Mi dispiaceva anche essermene andata e averlo lasciato solo ma mi serviva il mio tempo per rimuginare su tutte le cose che erano accadute.

«Cosa? Non è quello che lui ha detto a me.» quasi gridò, facendomi sobbalzare sul posto.

«Hai fatto tutto tu, scommetto che non gli hai mai chiesto spiegazioni e quel giorno in ospedale gli hai subito addossato la colpa senza prima sentire la sua versione.» alzai a mia volta il tono della voce e sperai con tutta me stessa che qualcuno non venisse ad interromperci.

«Ma lui ma non ha nemmeno mai negato ciò che pensavo, quindi perché dovrei credere che non sia colpa sua?» chiese, questa volta però parlava più piano, come se non si capacitasse di ciò che gli stavi dicendo.

«Ha preferito farti credere che fosse colpa sua che addossarla a Noah, lui era vivo e Noah no, perciò non voleva peggiorare le cose.» Spiegai, sentendomi come una paladina della giustizia.

Sean mi aveva chiesto di perdonarlo, ma perché me lo aveva chiesto? Era ovvio che lo avrei perdonato, anzi, non ero nemmeno arrabbiata con lui, aveva fatto la cosa giusta, voleva solo aiutare il suo amico e si sa che la vita non va mai come vorremmo.

Solo ora, nel momento in cui avevo probabilmente ripreso la lucidità mi venne in mente che Sean mi aveva detto di essere innamorato di me. Mi spuntò involontariamente un sorriso tra le lacrime ed era la stessa sensazione che si prova quando si guarda l'arcobaleno spuntare con la pioggia.

«Ora scusami ma devo andare.» dissi, sorpassandolo. Barrie sembrava totalmente scioccato, aveva le labbra socchiuse e gli occhi sgranati che fissavano un punto non preciso della parete, solo quando si rese conto che me ne stavo andando si girò verso di me, che stavo scendendo le scale.

Footlover - amore in campo di giocoLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora