Giorno 9: cotone

5 1 0
                                    

Mi hanno portato via dalla mia casa, dalla mia famiglia, dalla mia Africa. Ero ancora un ragazzo, poco più che ventenne, e già mi avevano strappato via tutto, come un elefante strappa le foglie di un albero.
Qui in America è freddo, piove spesso e d'inverno tutto si copre di bianco per mesi. Le persone non sono gentili con me, ma a questo mi sono abituato fin da quando ho lasciato la mia Africa, dentro quella nave colma di altri sventurati come me, stipati in uno spazio angusto, puzzolente e malsano. Tutti si rivolgono a me come se fossi un animale, a volte anche peggio; e non capita solo a me, ma a tutti quelli come me. Solo perché abbiamo la pelle nera si sentono superiori, come se la loro pelle bianca fosse un motivo sufficiente per farlo.
Ogni giorno mi sveglio all'alba e, insieme ai miei compagni, lavoro ore e ore, sferzato dal vento o scottato dal sole. Nemmeno ai bambini è risparmiata una tale fatica: quelli che non possono lavorare nei campi vengono impiegati come servitù in casa, insieme alle madri. Se sbagliamo veniamo puniti con violenza; se qualcuno ci incolpa di qualcosa che non abbiamo fatto, subiamo la stessa dolorosa sorte.
E per cosa, poi? Per cosa vale la pena di soffrire così? Per degli insulsi ammassi bianchi, per vestire i padroni che ci ripagano con dolore.
Per quanto sia morbido, non c'è cosa che rechi più dolore di un candido batuffolo di cotone.

Writober 2019Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora