- 23 «...Di quello che devi dire»

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Tornata a casa e salii per fare una doccia prima di andare a lavoro.

Quando arrivai al locale, notai che difronte all'ingresso aveva già iniziato a formarsi la fila, così passai dalla porta sul retro e andai nei camerini a mettere la divisa che Nate aveva insistito per farci indossare: una camicia bianca e una gonna o un pantalone nero. Niente di eccessivo o fastidioso anche se Jack si era scocciato di non poter indossare le sue magliette dalle scritte più assurde e come segno di protesta lasciava i primi due e gli ultimi due bottoni della camicia sbottonati senza infilare quest'ultima nei pantaloni e indossava sempre il suo immancabile cappello. Insomma riusciva a distinguersi anche così.

La sua voce mi raggiunse ancora prima che entrasse nel mio campo visivo.

«Bentornata nel mio covo piccola» sentii la risata di Nate poco distante, era ancora presto per mettersi hai fornelli.

«Tu devi imparare a salutare normalmente Jack».

«Perché ti vergogni di me?» gli mostro una finta faccia offesa, lui scosse la testa e rise, mi avvicinai al bancone e passai dall'altro lato.

«Ciao anche a voi... Nate non ti ho ancora chiesto scusa per i giorni scorsi, io...».

«Tranquilla Aggy mi ha già detto tutto... Solo avvisa la prossima volta e se ti serve una mano non esitare a chiedere».

Incontrai per un momento lo sguardo di Nate e annuì, Jack si avvicinò e mi calcò il suo cappello sulla testa.

«Siamo amici dopotutto no? ...Puoi contare su di noi».

Non ero abituata ad un trattamento simile, né a quella condizione, ma fui sorprendentemente felice di sentire quelle parole che mi scaldarono il cuore.

«A lei lo fai mettere... A me non permetti neanche di toccarlo».

«C'è chi e chi no fratello... Tu evidentemente sei un chi no».

Nate lo colpì, ma un sorriso gli aveva solcato il volto, così come quello di Jack e anche io mi trovai a sorridere.

Stava molto meglio rispetto al giorno prima, anzi tutto era sobrio e non aveva segni di insonnia, nonostante una piccola ombra scura nello sguardo sembrava che si stesse riprendendo, il suo sorriso non era solare come al solito, ma ci si avvicinava.

«Io vado a lavorare... Voi non divertitevi troppo» ci ammonì Nate dando una pacca sulla spalla a lui e lanciandogli uno sguardo che non compresi, annuì e gli sorrise facendoli il saluto militare.

«Perché ho la sensazione che voi due stiate combinando qualcosa?».

«Non lo so... Tu piuttosto... Cosa mi racconti?».

«Niente di che Jack, tu?».

«Sono sobrio da...» portò lo sguardo sull'orologio che aveva al polso e contò «... Tredici ore... Ho resistito alla tentazione di andarla a cercare, a quella di chiamarla, a quella di mandarle un messaggio...» elencò «... Ho anche dormito, eppure sono distrutto... Sono molto grave?». Mi avvicinai.

«Non è niente che non abbia già sentito... Io tendo a finirmi un'intera confezione di gelato al cioccolato, la migliore scoperta che abbiano mai fatto a mio parere».

«Niente batte la pizza» protestò lui alzando una mano.

«Giusto...» come dimenticarsi del suo amore incontrollato e frenetico per la pizza che, se ricordavo bene, a Serena non piaceva affatto. Sorrisi, almeno in qualcosa ci avrebbe guadagnato, nessuno gli avrebbe più impedito di mangiarla.

«Davvero niente da raccontare?» era insolitamente più curioso del normale Jack.

«No». «Nessuna nuova fiamma? Qualche vecchio amico?».

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