6. What you have inside

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Namjoon aveva notato qualcosa che, con il passare dei giorni, lo stava impensierendo sempre di più. L'eccessiva magrezza di Jimin, la stanchezza e l'irritazione continua, erano segnali di una persona con i nervi a pezzi. L'ansia per quello che stava vivendo, unita allo stress da lavoro, non giovava certamente al suo benessere psicofisico. Appena fosse stato possibile, Jimin doveva prendersi qualche giorno di riposo. Le soste erano indispensabili di tanto in tanto, per ripristinare mente e corpo, seppur per poco tempo.

Condividere un problema, avere la certezza che altre persone a te vicine stiano vivendo sulla loro pelle la stessa negatività e porteranno quel peso insieme a te, aiutava ad affrontarlo con maggior coraggio. Ma sapere di essere l'unico centro di un problema, poteva rivelarsi davvero estenuante.

Jimin era sempre stato il più sensibile, su molte cose. Un animo buono che prendeva per sé i problemi altrui, preoccupandosi degli altri prima che di sé stesso. Si portava dietro insicurezze mai guarite, ferite aperte che tornavano a sanguinare, e per quanto desiderasse qualcuno accanto, nei momenti di maggior debolezza rifuggiva la vicinanza altrui.

Tre settimane erano trascorse dal primo messaggio dello stalker, due da quando era arrivato Davis, ma la situazione di Jimin non era migliorata, anzi, semmai peggiorava.

Namjoon comprendeva cosa si poteva provare ad essere l'oggetto di tutti i discorsi, entrare in una stanza e vedere le persone smettere di parlare all'improvviso, fissarti da lontano e distogliere lo sguardo appena ti volti.

Namjoon conosceva bene Jimin,  sapeva cosa frullava in quella testolina bionda: non voleva essere un peso, ma Nam non era sicuro che continuare a fingere di star bene lo avrebbe fatto stare meglio per davvero. Mangiava pochissimo, dormiva ancora peggio, e a nulla serviva chiedergli come stesse, perché Jimin rispondeva che stava bene, era tutto sotto controllo.

Forse era una nuova pratica del più stupido masochismo negare fino a rasentare il ridicolo, ed era anche stancante per chi ascoltava. Doveva darci un taglio con quell'inutile cantilena, si sarebbe solo tormentato di più.
E più Jimin fingeva un'imperturbabilità inesistente, più gli si tendevano i nervi e cresceva l'ansietà; più diventava nervoso e ansioso, più risultava intrattabile e fragile.

Namjoon si massaggiò la fronte, aspettando di vedere Taehyung apparire sulla soglia del suo studio di registrazione privato, a chiedergli quale fosse la ragione per cui era venuto a disturbarlo nel bel mezzo di una canzone.

"Puoi venire?"

Le cuffie al collo, V lo guardò incuriosito e allarmato. "Hyung, sembri preoccupato".

"Jimin piange".

Taehyung non perse tempo a tornare dentro la stanza per posare le sue cose. Lanciò sulla scrivania gli spariti che aveva in mano, mentre le cuffie atterrarono sul divanetto di pelle scura.

Trovarono Jimin dove Namjoon lo aveva lasciato, seduto sul pavimento del proprio studio, con la schiena appoggiata a una poltroncina, il viso rigato di lacrime semi nascosto dietro le mani.

Oh, il suo Jiminie...

Taehyung gli si inginocchiò difronte, chiudendo le braccia attorno a lui come uno scudo caldo e amorevole.

Namjoon lo osservò riuscire là dove lui aveva fallito.

"Cosa c'è, 'min-ah? Che c'è che non va?" Taehyung conosceva la risposta ma sperava che parlare avrebbe alleviato l'angoscia del suo migliore amico.
Davanti al silenzio, con lo sguardo chiese aiuto nel suo leader, cercando di capire cosa fosse accaduto per ridurre Jimin uno straccio piangente.

Rimasto in piedi sulla porta aperta, Namjoon scosse il capo una volta. "Dev'essere a causa dei continui commenti su..." Si interruppe, avvertendo dei passi alle sue spalle. Voltandosi, vide Steven Davis fare la sua entrata nello studio.

I'm Your Angel (Vmin)La tua prossima ossessione. Scoprilo ora