Capitolo 2

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«Chloe!»

Un debole soffio spaventato uscì dalle mie labbra quando i miei occhi si riaprirono, la mia piccola camera da letto si palesò attorno a me e le tende leggermente aperte non riuscirono a filtrare tutti i raggi di sole che entravano dalla finestra ed illuminavano la stanza.

Era solo un sogno, riflettei tra me e me tirando un sospiro di sollievo e cercando di tranquillizzarmi, il solito incubo che mi tormentava da quella sera.

Una sensazione di malessere invase il mio stomaco, il mio corpo era ricoperto da sudore e il mio viso dalle lacrime. Mi affrettai ad asciugare le mie guance con le maniche della maglia del pigiama.

«Chloe!» gridò Amanda un paio di volte e colpì la porta con le nocche prima di aprirla ed osservarmi da uno spiraglio, «Sei sveglia?»

«Sì.» grugnii sfilando le braccia dal piumone per poi mettermi seduta, «Che c'è?»

Mia sorella entrò e, con una smorfia disgustata, si guardò attorno esaminando prima i vestiti a terra, ai piedi dell'armadio dalle ante aperte, poi le bottiglie di plastica sul pavimento di fianco al letto e, infine, buste di patatine vuote e contenitori di gelato sul mio comodino.

«Ha chiamato Jen.» mi informò prima di prendere schizzinosamente con due dita un fazzoletto sul mio letto e lanciarlo nel cestino, poi si sedette sul piumone vicino a me, «Dice che al locale hanno bisogno di te, non riescono più a gestire tutto da soli.»

«Ma se ci sono andata-» provai a lamentarmi lasciandomi cadere di nuovo sui cuscini, ma lei mi interruppe subito continuando la frase.

«Più di una settimana fa.» incrociò le braccia al petto alzando un sopracciglio.

«Ok, ok.» alzai le mani in segno di resa e poi le lasciai cadere nuovamente, «Oggi farò un salto al club.»

«Oh, davvero?» domandò ironica e poi scosse velocemente la testa, «Lo dici ogni singolo giorno e alla fine rimani a letto a piangere, guardare film deprimenti e mangiare gelato.»

«Sto male, ok?» protestai con un broncio.

«E lo capisco, ma tu e...» fece una pausa, mordendosi il labbro, sapeva bene che non volevo che pronunciasse il suo nome, «Vi siete lasciati da un mese ormai, devi reagire.» replicò lei, appoggiando la mano alla mia come per farmi sentire la sua vicinanza.

«Ventisei giorni, per l'esattezza.» la corressi e, dopo la sua occhiataccia, feci sparire le labbra all'interno della mia bocca.

«Chloe, le storie d'amore finiscono, ma la vita continua...»

Non sarebbe stata così tranquilla se solo avesse saputo che, in realtà, non era solo la fine della nostra storia a tormentarmi, ma il ricordo del materiale freddo della pistola tra le dita, il suono sordo quando avevo premuto il grilletto e la sensazione di impotenza quando avevo visto il ragazzo che amavo cadere a terra, sanguinante, immobile.

«Fatti un bel bagno caldo e poi facciamo colazione insieme, ti va?» mi propose mia sorella con uno smagliante sorriso, mostrandomi i suoi bianchi ed imperfetti denti e facendomi trasalire dai ricordi.

«Sì.» annuii e le sorrisi con gratitudine, appena prima di guardarla mentre si alzava ed usciva dalla mia stanza.

Effettivamente Amanda non aveva tutti i torti. Erano stati giorni terribili: ogni cosa mi ricordava lui, in ogni momento pensavo a quello che era successo. Come una scena al rallentatore di un film, rivivevo il momento in cui la pallottola, dalla pistola che tenevo in mano, partiva verso la sua direzione e lo colpiva. Avevo ancora impressa nella mente la sua espressione, il modo in cui stringeva gli occhi dal dolore senza riuscire a dire niente, forse ferito più da me che dalla pallottola.

A volte scoppiavo a piangere perché mi rendevo conto che, piano piano, stavo dimenticando l'esatta tonalità dei suoi occhi castani, il modo in cui si sfregava la barba o tirava la punta dei suoi capelli quando era nervoso, l'esatto punto in cui aveva i suoi bellissimi tatuaggi o l'odore della sua pelle. E poi realizzavo che quella stessa persona aveva ucciso mio padre. Che lo aveva fissato con gli stessi occhi forse, che gli aveva parlato con la stessa voce e che aveva avuto il coraggio di far esplodere la sua auto. Mi ero aperta con lui, gli avevo raccontato cose che nessuno sapeva e lui aveva fatto lo stesso con me. Ci eravamo aiutati a vicenda, ci eravamo amati, protetti, sostenuti. Non riuscivo a credere che la stessa persona che aveva condiviso così tanto con me, fosse l'assassino di mio padre, colui che aveva rischiato di uccidere anche me.

Mi misi seduta ed infilai le mie amate pantofole rosa, non potendo fare a meno di ricordare di come mi prendeva in giro quando le indossavo, mi trascinai fino al bagno ed aprii l'acqua della doccia lasciandola scorrere e diventare più calda mentre mi spogliai e slegai i miei capelli arruffati, raccolti in un nido.

Lasciai che l'acqua accarezzasse il mio corpo, ripulendomi e facendomi rilassare mentre si fondeva con le mie lacrime.

Mi insaponai e lavai con cura i miei capelli. Era da qualche giorno che non mi concedevo una lunga e restaurante doccia e, in effetti, mi sentii meglio quando l'acqua trascinò con sé, lungo la mia schiena, lo shampoo alla fragola. Proprio quello che piaceva tanto a lui.

Scossi la testa tra me e me, cercando di far uscire dalla mia mente il pensiero del moro, del modo in cui inspirava quando appoggiava il suo viso vicino al mio collo, di come sussurrava al mio orecchio e lo mordicchiava, scendendo con le sue labbra per tutto il mio corpo.

Era vivo? Sperai con tutta me stessa di sì. Per un mese avevo cercato di non pormi quella domanda perché ero troppo spaventata dalla risposta che mi sarei potuta dare, ma non riuscii più a far finta che non fosse successo nulla. Se fosse morto, io non sarei mai riuscita a perdonarmelo. Certo, lui aveva ucciso mio padre ed io lo odiavo immensamente, sapevo che lo avrei odiato per sempre per quello che aveva fatto a lui e alla mia famiglia, ma non avrei potuto sopportare l'idea di averlo ucciso.

Mi costrinsi ad uscire dalla doccia per smettere di torturarmi con i miei pensieri, mi avvolsi in un morbido asciugamano, pettinai con cura ed asciugai i lunghi capelli, legandoli poi in una treccia ordinata, mi lavai i denti ed applicai anche una crema idratante per sentirmi fresca e ordinata. Avevo davvero bisogno di alzarmi da quel letto. Indossai gli slip e poi infilai una maglia larga e scolorita, estremamente comoda, e dei calzettoni di spugna che mi avrebbero tenuta al caldo.

Mi avviai verso il salotto da dove proveniva un invitante profumo e, come mi aspettavo, Amanda stava cucinando come faceva da un intero mese. Mi vide e mi rivolse un sorriso soddisfatto quando mi sedetti a tavola e la osservai con fierezza.

Appoggiò davanti a me un piatto con una omelette dall'aspetto appetitoso, poi si sedette versando un po' di succo in un bicchiere.

«Stai meglio?» domandò alzando gli occhi su di me, mentre tagliava un pezzo della sua frittata e poi lo portava alla bocca.

«Un po'.» annuii subito dopo aver ingoiato un boccone, «Grazie.» continuai scandendo bene e alzai il viso per guardarla.

Era bellissima, i suoi grandi occhi castani mi stavano squadrando mentre le sue labbra carnose si piegavano in un dolce sorriso e le sue guance arrossate diventavano più paffute. Un po' goffamente, alzò le maniche della sua informe felpa nera che nascondeva il suo fisico esile e minuto.

«Vai davvero al locale Chloe... Potrebbe farti bene.»

Quel locale mi ricordava lui, il nostro primo incontro, il momento in cui eravamo sulla terrazza di casa sua e aprii la scatolina che conteneva la chiave, il suo sorriso, i suoi occhi luminosi e buoni. Mi ricordava quando mi tenne la mano quando entrai per la prima volta da proprietaria e anche il momento di passione sulla mia scrivania. Tutto mi ricordava lui e, in ogni istante lì dentro, una sensazione di malessere pervadeva il mio corpo ed era come ricevere pugni costanti al petto.

Dovevo reagire. Dovevo scegliere di reagire e continuare a vivere senza rimanere ancorata a lui.

«Sì, finisco di fare colazione e vado.»

CHOICE (sequel di Destiny)Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora