Damen
Sono trascorse due settimane. Due settimane dall'ultima volta in cui ho incrociato gli occhi di mia sorella e lo sguardo rammaricato di Jeremy, due settimane da quando non ho notizie della famiglia Anderson, al di fuori di Dom. Mi sono rifugiato nell'unico posto in cui non sarei tornato nemmeno sotto tortura, posto da cui sono scappato anni fa.
«Emma! Torna subito qui!» sbraita Angel dal garage, ha la testa china sul cruscotto aperto dell'auto e una chiave inglese nella mano destra. La bambina saltella da una parte all'altra, nonostante il rimprovero del padre, continua ad esplorare il giardino con uno strano luccichio nelle iridi. I raggi del sole battono incessanti sulla pelle ambrata, il freddo di Dicembre penetra attraverso il tessuto pesante dei vestiti.
Juliet è una madre favolosa, attenta e premurosa. Socchiudo gli occhi al sapore amaro del caffè, non posso dire lo stesso della cucina ''deliziosa''a cui siamo costretti a sottostare. Ci accoglie come se fossimo i clienti rompicoglioni del sabato sera: quelli che i camerieri odiano al solo varcare la soglia, quelli che schioccano dita e schiamazzano per ogni parola professata. Il mio arrivo in casa ha stravolto le abitudini dell'intera famiglia, Juliet ha cominciato ad usare posate biodegradabili solo per non essere scortese, Emma lava le mani prima di sedere al tavolo per pranzare e Angel, nonostante sia un uomo duro, di nascosto, sostituisce le lenzuola ogni giorno. Comprendo di essere piombato nella loro quotidianità come un tuono in una giornata afosa, ma non posso fare a meno di pensare che non ho nessun posto in cui stare.
«Zio Hen, posso giocare ancora un po'??» chiede con entusiasmo, le codine sfatte pendono ai lati del viso come fili dorati. Annuisco, mentre le spalle vibrano in una risata derisoria.
«Emma! Quante volte devo ripetere che non è Zio Hen a decidere?» sbotta, batte la testa contro lo sportello e sbraita sottovoce. Sollevo il sedere dalla sedia e poggio la tazza sul tavolinetto in terrazza, mi dirigo a passo felpato verso l'uomo con il viso livido. «Brutto non essere il capo, vero?» ridacchio, mentre cerco di tenere con una mano il metallo freddo dell'auto.
«È davvero orribile non essere considerato dalla propria figlia» entrambi i lati delle labbra pendono verso l'alto. Non è adirato ma divertito, forse spensierato. Abbassa il capo verso di me, «Controlla per favore, sto per avere un emorragia??» infilo il palmo all'interno della chioma chiara e con cura mi assicuro che non sia ferito.
«Qualche punto di sutura sulle orecchie e siamo a posto» dico.
«Sei un'idiota!» mi coglie di sorpresa, spintonandomi. I calzoni gli pendono larghi sui fianchi, così tanto da mostrare l'elastico delle mutande. Angel è davvero minuto comparato a me, mi supera di gran lunga in altezza. Potrebbe toccarmi il capo senza troppi sforzi, focalizzo l'attenzione sugli scarponi da trekking di qualche taglia in più alla sua.
«Dominic ha telefonato due volte questa mattina», «Credo che lui sia...preoccupato per te» mormora. Fissa il motore della decappottabile con una strano cipiglio in volto. «Lo sono anch'io e, per intenderci, non pensare che non ti voglia qui. Ho atteso questo momento per anni...averti vicino è il regalo più bello che potessi ricevere» non incrocia il mio sguardo, si china sulle ginocchia ed afferra il pneumatico dal cemento senza alcuno sforzo.
«Sei su tutti i notiziari, il tuo viso è in primo piano Hen. Solo Dio sa quanto mi spaventa questa situazione, pensare che da un momento all'altro possano ammanettarti, mi rende irrequieto» pronuncia la frase in una sola emissione di voce, il tono vacilla ed io sono inerme, incapace di pronunciare qualsiasi parola di senso compiuto. Sono stati mesi difficili, il peso di essere un ricercato mi ha segnato così profondamente da non chiudere occhio per notti intere, la paura costante di udire il richiamo della polizia a pochi passi da me continua a martellarmi nella mente come un tarlo. Incessante ed ingombrante. La permanenza qui mi ha permesso di tagliare i ponti con il mondo al di fuori del Sedicesimo distretto, eppure non posso costringere Angel a non ascoltare le notizie del giorno. Ci sono io sullo schermo del televisore, tutti i giorni e a tutte le ore. Per l'opinione pubblica sono un omicida, ma dovrebbero vedermi adesso, non credo che mi affiderebbero lo stesso appellativo. Sono sull'orlo di una crisi isterica, gli occhi colmi di lacrime e il cuore pesante come un masso gigante.
«Non puoi startene lì, senza emettere fiato. Agisci Hen, agisci per te stesso» sputa d'un tratto, sento i muscoli del viso tendersi in uno sforzo per trattenere le goccioline salate. Lui non riesce, esprime i suoi sentimenti fra i denti in un'esplosione emotiva. La chiave inglese s'incatena al pavimento in un tintinnio e, ancor prima di comprendere, sono stretto in un abbraccio fraterno. Il simbolo più profondo della verità, esserci ritrovati dopo esserci persi, per tornare ad essere nuovamente sconfitti.
«Se questo fosse il tuo ultimo giorno di libertà, cosa faresti?» chiede ed è sospettoso, ma preferisco non cercare risposta. Vivo al secondo, ma se dovesse essere...se dovesse essere l'ultimo secondo non vorrei essere qui. Angel lo percepisce dal sospiro pesante che compio, scosta il corpo dal mio con uno scatto fulmineo e imprigiona i miei zigomi nei suoi palmi grandi, «Va' se senti il bisogno, non rifletterci troppo».
Estrae le chiavi dell'auto e le ripone fra le mie, di mani. Afferro con decisione l'aggetto scintillante per correre incontro a qualcosa...o qualcuno che non mi attende.
***
Guido senza logica, fino a casa. Da lei. Se me l'avessero chiesto settimane fa, avrei risposto che fa schifo. Fa schifo essere costantemente accecati dalla luce, dalla voglia di essere sempre in cerca di qualcosa che non arriverà mai. E invece...eccomi. In piedi con la schiena contro il parabrezza dell'auto, in attesa che il suo viso radioso faccia l'apparizione capace di risvegliare l'organo che vibra. Rigiro la cicca fra le dita, il fumo svanisce simultaneamente alla vanità delle mie azioni. Non le ho inviato alcun messaggio, preso dalla smania del momento, attendo che salti fuori. Potrebbe comparire fra secondi, minuti o, addirittura anni, e come uno stupido, l'aspetterei se fosse necessario. Ed è strano per me essere qui. Non da Jeremy, mio grande amico, unica spalla su cui ho sempre pianto e gioito. Non Maddy, il mio primo e grande amore. Non da Pearl. Il mio passato, che per quanto sia davvero trascorso del tempo, continuo a pensare che un pezzetto di me sia ancora incastrato in lei. Ma da Raisa. E cavolo se sono diventato pazzo a furia di perderci la testa con questa ragazzina. Fisso la porta di legno massello come se potesse, per qualche strana ragione, spuntare un mostro a tre teste da un momento all'altro. Bensì, come tra l'altro ha sempre fatto, Raisa torna a stupirmi. Giunge dinanzi casa sua, sfrecciando alla guida della sua berlina rossa decapottabile, la musica attraverso le casse rimbomba disturbando la quiete dell'intero quartiere. Attraverso il vetro la vedo scuotere il capo come un'ossessa, al suo fianco spunta il viso pallido di una bambina, riconosco essere sua sorella.
«Fine della corsa!» slaccia la cintura ed attende che la bambina spalanchi lo sportello, al contrario, ascende dall'auto e scende dal lato opposto, verso la strada spianata.
«Mirea! Da questo lato! Quante volte devo ripetertelo?» chiude l'anta con forza, afferra i sacchetti con la mano destra e con la sinistra cerca di afferrare il palmo della bambina. Mirea ignora il rimprovero, sfugge dalla presa e corre verso il vialetto su cui sosto. Le mie gambe si smuovono prima che riesca a recepirlo, afferro la bambina per il braccino e la isso con le braccia verso il petto. Siamo faccia a faccia, io e la mini Raisa, ha gli occhi colmi di lacrime e il labbro inferiore sporto.
«Ciao...» sussurro dolcemente, per quanto possa essere dolce, il tono mascolino di un uomo di quasi trent'anni. S'imbroncia ancor di più, incrocia i piedi e piantona gli occhietti nei miei. Rido per l'assurdità della scena costruita, le spalle vibrano per quanto sono scosso. Quanto può somigliarle? Stesso sguardo incantatore e inviperito.
«Mirea! Maledett-» sbraita la bionda, arresta la frase nel momento in cui s'accorge che sono io, Hendrick. Non s'aspettava d'incontrarmi, lo noto dal modo in cui tenta di acconciarsi con le dita i capelli sulle spalle. «È tua?» sogghigno, mentre attraversa velocemente la carreggiata, i jeans pendono sulle anche armoniose e il top striminzito lascia scoperto un lembo del ventre.
«Mia. È mia, Sergente» sospira, ha il respiro corto ed è disperatamente senza energia.
«Siete molto simili» pronuncio, sporgo l'avambraccio per sfiorare con il polpastrello la guancia rosata della maggiore, socchiude gli occhi beandosi del tocco. La bambina singhiozza per richiamare l'attenzione di sua sorella, tira su col naso e dimena braccia e gambe in modo che possa essere issata da braccia molto più sottili delle mie.
«L'accompagno dentro e torno» sorride imbarazzata per l'assurdità e stento a crederci anch'io d'essere qui: dinanzi a casa sua con tanto d'espressione da cane bastonato.
«Raisa...» sussurro, mentre sgambetta verso il vialetto. Porto gli indici alla fronte, cercando di alleviare il dolore. Ed ho paura che questo momento possa assolversi, che sia frutto della mia immaginazione, o un sogno da cui non vorrei svegliarmi. Ho il timore che lei smetta di esserci, di perderla e non rivederla in nessuna sequenza della mia vita. Mai più.
«Ci sono cose di cui dobbiamo parlare» dico, la testa mi pulsa in sincrono con l'organo al centro del petto. Mi hanno sconfitto, privato di tutto ciò di cui avevo bisogno. Ho perso la battaglia ed il cuore, nel vano tentativo di non innamorarmi di lei, troppo occupato a protrarla dalla parte dei cattivi.
«Ho bisogno di parlarti» ribadisco, il cambio d'espressione è repentino. Le sopracciglia arcuate e le labbra pressate l'una sull'altra, comincio a giocherellare con gli anelli. Annuisce sull'uscio, come se avesse già intuito la catastrofica situazione in cui mi trovo.
«Stai bene?» ed è lei a irrompere, scavalcando qualsiasi confine prestabilito.
Scosta i capelli da una parte all'altra delle spalle in agitazione.
Nego con un cenno, «Due minuti, solo due minuti» la vedo svanire, per ricomparire pochi minuti dopo con una bottiglietta d'acqua e un'aspirina.
Forse nemmeno lo so cos'è diventata per me, ma posso dire con certezza che vorrei si prendesse cura di me, per sempre, l'unica.
#spazioautrice
Buonasera, o forse, WELCOME TO HOME!!! Non ho molto da dire, ultimamente le parole fuggono dalla mia testa e non c'è verso di riacciuffarle. Credo che questa storia meriti di essere conclusa tanto quanto le altre, nient'altro.
Spero vi faccia sentire di essere tornati un pò a casa come è successo a me.
Bye bye Raggi di Sole. 🐞🌻
STAI LEGGENDO
𝑭𝒊𝒐𝒓𝒊 𝑵𝒆𝒍 𝑩𝒖𝒊𝒐.
Random🔞 Questa storia contiene: violenza, linguaggio scurrile, scene che possono urtare la vostra sensibilità e uso di stupefacenti. E se ci fossero due sentieri da esplorare? Tu, quale sorte tenteresti? Raisa è una ragazza di diciannove anni, uno spic...
