Capitolo 33

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Damen 

Sono trascorse due settimane. Due settimane dall'ultima volta in cui ho incrociato gli occhi di mia sorella e lo sguardo rammaricato di Jeremy, due settimane da quando non ho notizie della famiglia Anderson, al di fuori di Dom. Mi sono rifugiato nell'unico posto in cui non sarei tornato nemmeno sotto tortura, posto da cui sono scappato anni fa.
«Emma! Torna subito qui!» sbraita Angel dal garage, ha la testa china sul cruscotto aperto dell'auto e una chiave inglese nella mano destra. La bambina saltella da una parte all'altra, nonostante il rimprovero del padre, continua ad esplorare il giardino con uno strano luccichio nelle iridi. I raggi del sole battono incessanti sulla pelle ambrata, il freddo di Dicembre penetra attraverso il tessuto pesante dei vestiti.
Juliet è una madre favolosa, attenta e premurosa. Socchiudo gli occhi al sapore amaro del caffè, non posso dire lo stesso della cucina ''deliziosa''a cui siamo costretti a sottostare. Ci accoglie come se fossimo i clienti rompicoglioni del sabato sera: quelli che i camerieri odiano al solo varcare la soglia, quelli che schioccano dita e schiamazzano per ogni parola professata. Il mio arrivo in casa ha stravolto le abitudini dell'intera famiglia, Juliet ha cominciato ad usare posate biodegradabili solo per non essere scortese, Emma lava le mani prima di sedere al tavolo per pranzare e Angel, nonostante sia un uomo duro, di nascosto, sostituisce le lenzuola ogni giorno. Comprendo di essere piombato nella loro quotidianità come un tuono in una giornata afosa, ma non posso fare a meno di pensare che non ho nessun posto in cui stare.
«Zio Hen, posso giocare ancora un po'??» chiede con entusiasmo, le codine sfatte pendono ai lati del viso come fili dorati. Annuisco, mentre le spalle vibrano in una risata derisoria.
«Emma! Quante volte devo ripetere che non è Zio Hen a decidere?» sbotta, batte la testa contro lo sportello e sbraita sottovoce. Sollevo il sedere dalla sedia e poggio la tazza sul tavolinetto in terrazza, mi dirigo a passo felpato verso l'uomo con il viso livido. «Brutto non essere il capo, vero?» ridacchio, mentre cerco di tenere con una mano il metallo freddo dell'auto.
«È davvero orribile non essere considerato dalla propria figlia» entrambi i lati delle labbra pendono verso l'alto. Non è adirato ma divertito, forse spensierato. Abbassa il capo verso di me, «Controlla per favore, sto per avere un emorragia??» infilo il palmo all'interno della chioma chiara e con cura mi assicuro che non sia ferito.
«Qualche punto di sutura sulle orecchie e siamo a posto» dico.
«Sei un'idiota!» mi coglie di sorpresa, spintonandomi. I calzoni gli pendono larghi sui fianchi, così tanto da mostrare l'elastico delle mutande. Angel è davvero minuto comparato a me, mi supera di gran lunga in altezza. Potrebbe toccarmi il capo senza troppi sforzi, focalizzo l'attenzione sugli scarponi da trekking di qualche taglia in più alla sua.
«Dominic ha telefonato due volte questa mattina», «Credo che lui sia...preoccupato per te» mormora. Fissa il motore della decappottabile con una strano cipiglio in volto. «Lo sono anch'io e, per intenderci, non pensare che non ti voglia qui. Ho atteso questo momento per anni...averti vicino è il regalo più bello che potessi ricevere» non incrocia il mio sguardo, si china sulle ginocchia ed afferra il pneumatico dal cemento senza alcuno sforzo.
«Sei su tutti i notiziari, il tuo viso è in primo piano Hen. Solo Dio sa quanto mi spaventa questa situazione, pensare che da un momento all'altro possano ammanettarti, mi rende irrequieto» pronuncia la frase in una sola emissione di voce, il tono vacilla ed io sono inerme, incapace di pronunciare qualsiasi parola di senso compiuto. Sono stati mesi difficili, il peso di essere un ricercato mi ha segnato così profondamente da non chiudere occhio per notti intere, la paura costante di udire il richiamo della polizia a pochi passi da me continua a martellarmi nella mente come un tarlo. Incessante ed ingombrante. La permanenza qui mi ha permesso di tagliare i ponti con il mondo al di fuori del Sedicesimo distretto, eppure non posso costringere Angel a non ascoltare le notizie del giorno. Ci sono io sullo schermo del televisore, tutti i giorni e a tutte le ore. Per l'opinione pubblica sono un omicida, ma dovrebbero vedermi adesso, non credo che mi affiderebbero lo stesso appellativo. Sono sull'orlo di una crisi isterica, gli occhi colmi di lacrime e il cuore pesante come un masso gigante.
«Non puoi startene lì, senza emettere fiato. Agisci Hen, agisci per te stesso» sputa d'un tratto, sento i muscoli del viso tendersi in uno sforzo per trattenere le goccioline salate. Lui non riesce, esprime i suoi sentimenti fra i denti in un'esplosione emotiva. La chiave inglese s'incatena al pavimento in un tintinnio e, ancor prima di comprendere, sono stretto in un abbraccio fraterno. Il simbolo più profondo della verità, esserci ritrovati dopo esserci persi, per tornare ad essere nuovamente sconfitti.
«Se questo fosse il tuo ultimo giorno di libertà, cosa faresti?» chiede ed è sospettoso, ma preferisco non cercare risposta. Vivo al secondo, ma se dovesse essere...se dovesse essere l'ultimo secondo non vorrei essere qui. Angel lo percepisce dal sospiro pesante che compio, scosta il corpo dal mio con uno scatto fulmineo e imprigiona i miei zigomi nei suoi palmi grandi, «Va' se senti il bisogno, non rifletterci troppo».
Estrae le chiavi dell'auto e le ripone fra le mie, di mani. Afferro con decisione l'aggetto scintillante per correre incontro a qualcosa...o qualcuno che non mi aspetta.

𝑭𝒊𝒐𝒓𝒊 𝑵𝒆𝒍 𝑩𝒖𝒊𝒐.La tua prossima ossessione. Scoprilo ora