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Cara Raisa,
Avrei voluto cominciare questa lettera con una frase d'effetto. Una di quelle che ti strappano un sorriso e ti fanno ridere a crepapelle, sono consapevole, invece, che quando riceverai questo scritto un parte del tuo cuore né risentirà talmente tanto che non riuscirai a parlare per giorni. Mi dispiace. Mi dispiace che tu debba vivere con questo dolore.
Vorrei non scriverti.
Vorrei non inviarti messaggi attraverso stupidi fogli.
Vorrei non pensarti. E invece, ti penso.
Giorno e notte.
Persino nel momento in cui J. arriva in questo brutto posto per risollevarmi l'umore, io spero sempre che al suo posto ci sia tu. Ma non ci sei, ed è giusto così. Esigo che torni a vivere quella vita che avevi prima di me. Ti scongiuro, Raisa. Riprenditi, lo meriti. Meriti la terra e tutti i pianeti. Meriti qualcuno che sappia ascoltare i tuoi silenzi e ridere della tua sfacciataggine, meriti qualcuno che noti in modo in cui ti mordi la guancia quando vorresti rispondere a tono, ma non puoi. Un ragazzo che sappia amarti e che abbia un tempismo migliore del mio. Se quella sera non ti fossi nascosta, se non ti fossi travestita da Cappuccetto Rosso, se i tuoi occhi non mi avessero inchiodato al muro quella sera... Dio Raisa, adesso. Proprio adesso, ignorerei l'amore che provo per te.
Mi manchi....
E strappo tutto, prima di ricominciare a scrivere l'ennesima lettera che non riceverà. Perché? Perché sono uno stronzo. L'ho lasciata in balia della marea, colma di domande e sull'orlo di una crisi di pianto. Ho minacciato Jeremy di mozzarle le mani se l'avesse toccata e sono salito sul mini-van come se lei non avesse assistito ad una scena da film. Ironico, no? È trascorso un mese dell'ultima volta che mi sono insaponato in una doccia pulita e che ho mangiato del cibo non confezionato. Un cazzo di mese dall'ultima volta che ho visto Tempest, un mese da quando un raggio di sole mi ha sfiorato il viso. Sono diventato pallido come Akiro e, sono sicuro, che mi siano spuntati perfino gli occhi spigolosi come i suoi. Che strano il destino, fino a pochi mesi fa ero in visibilio per aver vinto il Gran Premio e adesso sono rinchiuso in queste quattro mura con un libro che ho letto una ventina di volte in due giorni. Dove, per giunta, gli unici essere viventi che incontro sono Madelyn e Jeremy. Il Natale si è concluso due giorni fa ed io ho trascorso l'intera settimana sperando di ricevere un dono che significasse qualcosa; un messaggio, una benedizione. Ho fissato la soglia per ore in attesa di un qualcosa che non è giunto a me.
Siedo sul pavimento, guardandomi intorno. Lo sgabuzzino è davvero minuscolo, le pareti non sono state terminate e i mattoni in bella vista rendono l'atmosfera più deprimente. Riesco a malapena a camminare fra un mobilio e l'altro senza colpire involontariamente gli spigoli o battere la testa contro il soffitto. Curvo la schiena anche solo per attraversare il tunnel e steso sul letto i piedi sfiorano la parete che delimita la stanza. È tutto quello che mi hanno imposto: un materasso, una tazza del water, un rubinetto da cui sgorga acqua non potabile, un tavolo grande quanto il mio palmo ed una sedia. Oltre i vari squittii dei topi, non percepisco alcun suono dal mondo esterno. Una serie di passi mi comunicano che è arrivata l'ora di consumare il mio pasto, il primo della giornata. Cerco di coprirmi fra gli spigoli della cassettiera come se giocassi a nascondino. E lo faccio di continuo come da routine: mi apposto, due tocchi sul marmo e riemergo. Nel contempo, la mente produce sirene che non esistono, guardie in divisa che mi sorridono beffarde ed infine il mio arresto in prossimità di un quartiere che non conosco. Identifico il piccolo suono e riaffioro dal nascondiglio, schiocco la schiena contro la cassettiera ed impreco malamente. Dio, questo è l'inferno! Il viso ovale di mia sorella spunta dal sottopassaggio e la sensazione di malinconia svanisce per qualche istante. È segnata dal profondo dolore, le occhiaie violacee e i segni rossi sulle guance sono la dimostrazione di quante lacrime versa per questa situazione che non giova a nessuno di noi. Le spalle larghe di Jay s'incastrano perfettamente nel tunnel che separa l'ingresso dallo stanzino, ed è claustrofobico pensare che non c'è nemmeno l'ombra di una finestra per riciclare l'aria.
«Cavolo! Se non ci venissi tutti i giorni non penserei mica che ci abita un fuggitivo!» esclama quest'ultimo, mettendo fine al monologo interiore. La ragazza gli schiocca un buffetto sul braccio e sgambetta ad abbracciarmi con impeto. Profuma di casa e di crostata al pistacchio infornata da Milly. Profuma di ammorbidente e di bagnoschiuma al geranio, uno dei preferiti del momento. Profuma di libertà. Quella che, purtroppo io, mi sono scommesso d'azzardo un mese fa.
«Mi sei mancato tanto» sussurra ad un centimetro dalla mia guancia.
«Mi sei mancata anche tu» circondo il corpo esile in modo da impregnarmi l'aroma di pulito sul tessuto della canotta. Pagherei oro per sgattaiolare in Villa e sequestrare i flaconi di bagno-doccia presenti nella cassettiera del mio ex bagno.
«Scusatemi...» sento Jay tossire violentemente e scuotere il sacchetto contenente un ulteriore libro e il pranzo, «Con cosa ci delizia lo chef quest'oggi?» chiedo, con meno curiosità e più fame.
«Un pacchetto di cioccolatini al pistacchio, Maestà» percuote la confezione, facendo brontolare copiosamente il mio stomaco.
«Empanadas di pollo con verdure...» legge l'etichetta con tono elegante, assume movenze da maitre e finge di acconciarsi il papillon che non ha. « E patatas bravas. Da leccarsi i baffi, mio caro. Una prelibatezza!» s'inchina.
«Come se non mangiassi questa roba da settimane» ghigno in modo ironico, o forse no. Ed è così che il tempo sfugge al nostro controllo, fra un boccone di roba da vomito raccattata in uno dei peggiori market del paese e qualche battuta di Jeremy che mi costringe a dover tenere lo stomaco con entrambe le mani per le risa. Poi arriva il momento per loro di andar via e la mente ha il sopravvento sul corpo, sfrego le dita sotto l'acqua corrente del rubinetto e ci immergo il viso tanto da voler soffocare.
«Come ve la passate senza di me lì fuori?» mastico una porzione di patate, mentre Maddy acconcia le lenzuola su cui ero seduto fino a pochi minuti fa. Ripete la stessa azione ogni qual volta si presenta, credo sia un modo tutto suo per comunicarmi che lei è qui per prendersi cura di me. Dovrebbe essere il contrario, sono io il fratello maggiore e non lei, ma mi piego alle premure come solo un bambino bisognoso di affetto saprebbe fare.
«Sempre la solita vita...» deglutisce, «Zio Arnold fuma come se non ci fosse un domani, Dom si punisce per quello che è successo, ripetendomi in continuazione che avverte una strana sensazione» si lecca il labbro inferiore, «Dovrebbe trovarsi un nuovo impiego, magari come sensitivo» ridacchia.
«Dovrebbe gettarsi alle spalle tutta questa merda» dico, invece, serio. Immaginando un futuro del tutto diverso per Zio Dom.
«Tuo padre sta cercando una soluzione per farti uscire da questa fogna» mi rincuora. Provo un forte risentimento verso l'uomo che mi ha generato, mai una volta che si fosse presentato in questo buco, mai una volta che mi avesse inviato un messaggio in un mese. «Sta andando tutto a rotoli, senza di te» conclude. Piega i gomiti sul legno a sorreggere la testa. Il quesito non era riferito ai componenti della famiglia Anderson, ed è consapevole di quello che in realtà volevo sentir pronunciare dalle sue labbra. Un solo nome.
Evita di nominarla, cerca di deconcentrarmi incentrando il discorso su Tempest e sul ranch. Ma non riesce nell'intento, sono io a chiederglielo.
«Come sta?» pongo la domanda a capo chino, rosicchio il pane e attendo che qualcuno dei due mi comunichi che in realtà è tornata ed essere la stessa di prima. Prima di me. Prima che ostacolassi la sua vita e che lei ornasse la mia. È Maddy a prendere parola, giocherella con il pendente che orna il suo collo e mi ricorda tremendamente Raisa, persino il modo in cui si acconcia i capelli sulle spalle mi ricorda lei.
«L'ho controllata da lontano come mi hai suggerito di fare» afferma, annuisco per darle agio di continuare. «È dimagrita, e non lo dico per spaventarti, ma dimentica la ragazza che hai lasciato...è un'altra persona».
«Davvero, un'altra persona» calca la frase. Indica i capelli e il vestiario. Sgrano chi occhi, non comprendo a pieno i gesti con le dita che compie.
«C-osa? Co-sa intendi per cambiata?».
«Trasformata, spenta, a tratti gotica» interviene mio fratello con tanto di sorrisetto imbarazzato, «È comunque bellissima» solleva i palmi per difendersi. L'idea di azzannarlo balena nella mente e attraversa l'iride.
«Cosa intendi per cambiata?» richiedo, in attesa di una risposta concreta.
«Ha cambiato colore di capelli, indossa abiti di quattro taglie in più... e frequenta luoghi poco raccomandati in cui né io e né tu abbiamo mai messo piede».
Perdo un battito.
Due, tre.
Respiro affannosamente, ricordando la sera al club.
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𝑭𝒊𝒐𝒓𝒊 𝑵𝒆𝒍 𝑩𝒖𝒊𝒐.
Random🔞 Questa storia contiene: violenza, linguaggio scurrile, scene che possono urtare la vostra sensibilità e uso di stupefacenti. E se ci fossero due sentieri da esplorare? Tu, quale sorte tenteresti? Raisa è una ragazza di diciannove anni, uno spic...
