Capitolo 34

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Damen

«È qui che passi la maggior parte del tuo tempo?»
Un bagliore lucente attraversa l'iride, incrocia i miei occhi e mostra le fossette ai lati della bocca. I raggi fiochi del sole inondano l'abitacolo, afferro il sacchetto di carta dai sedili posteriori e ascendo con fretta, senza curarmi di sembrare poco paziente.
«Sarà felice di conoscerti» osservo le mille sfumature del cielo. Il sole è quasi calato, la brezza sfiora il viso, innalzando il terriccio. Socchiudo gli occhi con il timore che qualche granello possa infiltrarsi. «Tempest è un tipo...» rammento il nostro primo incontro ufficiale, «Estremamente pacato» ridacchio. Attendo che lei sia al mio fianco per percorrere il vialetto sterrato, il fienile erge fiero circondato da recinti steccati e tinti di bianco. La cura di Zio Dom è ripagata dalla bellezza di ciò che ci circonda, potrei morire in questo istante ed essere felice. Ma vorrei fare altro, invece che morire. Osservo la donna al mio fianco, i capelli le ricadono sulle spalle in morbide onde e, per l'occasione si è cambiata, indossando un vestito floreale che lascia scoperte le cosce e le scapole. Ripenso alla sera del non-compleanno e a quanto avrei voluto rivelare la pelle nuda, l'unica regola sarebbe stata non toccarsi mai davvero. Strapparle il tessuto con i denti e ridurlo in brandelli, placcarla e divenire un tutt'uno.
«Ehi! Tempesta!» infilo due dita fra i denti ed emetto un fischio lungo e rumoroso. La criniera scura sbuca dalla barriera, il ticchettio degli zoccoli è musica suadente per le mie orecchie. Raisa, al mio fianco, resta impietrita. Si allinea alla mia schiena fino a sparire dietro di essa, sfuggendo alla vista dello stallone. Una sonora ristata assolve il silenzio, rido di gusto per l'espressione paonazza di lei e quella tranquilla dell'animale, che si accinge ad infilare il muso all'interno del sacchetto carico di carote.
«È davvero... enorme» abbranca un lembo di stoffa del giubbotto e la sento deglutire rumorosamente. Eseguo due passi in avanti per essere, completamente, dirimpetto all'essere che mi ha stravolto la vita. Carezzo il muso con delicatezza, fino a poggiare la fronte contro la mia.
«Mi sei mancato tanto, Tempesta» sussurro, «Davvero tanto». Nitrisce ed io sorrido.
«Afferrami la mano» dico alla donna con supponenza. Scuote il capo, muovendo sinuosa la chioma dorata. Riflette i raggi del sole, abbagliando persino il destriero accanto a noi.
«Non farti pregare» mordo il labbro inferiore, mentre con irruenza le afferro il palmo portandomelo alle labbra. Le schiocco un bacio sull'epidermide come un vero gentiluomo, per poi poggiare le dita smaltate di rosso sul manto nero. La sensazione intrigante del pelo ruvido sulla pelle la fa sospirare, si agita come un'anguilla e scuote velocemente la testa. «Non mi piace, non amo molto gli animali» cinguetta e si allontana da entrambi con uno scatto felino.
«Male, mia cara. Molto male» schiocco la lingua sul palato.
«Io e il mio fedele compagno siamo profondamente feriti dalla vostra esclamazione» stendo le mani sul petto e mi accascio, imito uno sparo e sprofondo sulla balla di fieno ancora intatta. Chiudo gli occhi, e affanno per l'azione compiuta troppo in fretta. La pace, ecco cosa c'è qui. Io, Raisa e Tempest. È tutto perfetto. Bagno le labbra con la lingua e scuoto le braccia alla ricerca di un contatto.
«Raisa?» chiedo.
Non replica.
Percepisco il suo respiro infrangersi contro le mie labbra, mi beo dell'aroma speziato cheemana.
«Raisa» mordo il labbro inferiore e ringhio il suo nome come una supplica.
Baciami, baciami. Cazzo. Fallo.
Spalanco gli occhi al limite dell'eccitazione...ed è ad un centimetro dal mio viso. Gli occhi chiari puntati nei miei, le mani intente ad afferrarmi il viso e le fossette sulle guance a punirmi per aver aperto gli occhi troppo in fretta.
«Zch! Zch!» schiocca la lingua sul palato e scuote la testa, indossa un ghigno malvagio che non le ho mai visto indosso. «Volevo farti una sorpresa...» ridacchia sprezzante e per un attimo penso al peggio. Che abbia chiamato la polizia? Stanno arrivando? Cerco di udire le sirene oltre la valle, ma non c'è nulla oltre il suono delle carote sminuzzate.
Passano pochi secondi, prima che mi ritrovi zuppo dalla testa ai piedi. La stronzetta mi sgancia l'acqua contro, direttamente dall'erogatore, mentre sghignazza piegandosi su se stessa. Persino Tempest nitrisce, comprendo che si sta godendo lo spettacolo nel momento in cui si volta verso il capanno.
Povero pivello, lo sento dire fra uno schiocco di denti e una manciata di erbetta fresca.
Balzo in piedi con uno scatto felino. Sono un leone pronto a sbranare la sua preda. Scosto i capelli della fronte, cerco di togliermi dalle ciglia le goccioline con il dorso della mano. Le rivolgo uno sguardo feroce, così tanto da farle tremare le ginocchia. «Scusa...» farfuglia, indietreggia di qualche passo. «Scusami tanto, non volevo solo che eri così asso...» inciampa su una briglia lasciata sull'asfalto, cadendo. Ed il compressore è di nuovo puntato su di me, non riuscendo a scansarmi.
La sua espressione da spaventata diventa compiaciuta.
Mi prende in giro.
«Oddio!! Non posso crederci, ecco a voi il più cattivo di tutta Southdell: Damen Anderson...» spalanca le braccia in modo teatrale. «Guardati, conciato così non fai paura nemmeno ad una mosca» commenta. Porta i capelli lunghi sulla schiena e si china sulle ginocchia.
«Allora vuoi la guerra».
Solleva il viso e strizza gli occhi cerulei, blocco il flusso con l'uso delle mani e mi ritrovo ad afferrare la pompa centrandola in pieno. Il vestito le si attacca come seconda pelle, divenendo un tutt'uno con la sue mutandine di pizzo. I capelli le pendono appesantiti sulla fronte, creando la versione bionda di Samara. L'espressione sulla sua faccia è impagabile. Sembra una fata che ha smarrito la via di casa ed è incappata in un temporale nel tentativo di ritrovarla.
Rido come un matto, risuonando in tutto lo stabilimento.
«Hai commesso un grave errore» borbotta, mentre cesso il getto.
Un attimo dopo è accanto a me, la mia risata si trasforma in una più profonda e ansimante. Afferra il mio braccio e temo che mi voglia indicare la strada verso l'auto per riaccompagnarla, quando mi si aggrappa alle spalle e cerca in tutti i modi di mordermi come un animaletto.
«No! Cosa vuoi fare? Mordermi? Sei, per caso, un serpente?!» fingo di non essere divertito, scalcio come una bambinetta mentre lei cerca in tutti i modi di affondare i denti nelle palle scura. Afferra il mio avambraccio e prima che possa farlo, sollevo gli arti, facendola banzolare da destra a sinistra.
«Bel tentativo» commento, cingendole il sedere con entrambi i palmi. «Davvero un bel tentativo» con un scatto la sollevo e la porto sul mio petto, mentre è ancora annodata a me. Mi toglie l'aria dai polmoni e della bocca fuoriesce solo un profondo sospiro. Siamo bagnati e appiccicosi, ma è disastrosamente stupenda. Le porto una ciocca di capelli dietro l'orecchio, mi beo del suo profumo e vorrei restare in questa posizione in eterno.
«Ciao» mi saluta come se non ci conoscessimo. «Come ti chiami? Ci conosciamo?
«Ciao» le procuro un balzo per posizionarla meglio, sussulta ma resta inerme. «Sono Hendrick Anderson, ma credo tu sappia già tutto di me».
«Tu, chi sei?» chiedo, mordendomi la labbra.
«Raisa Ugon e credo che tu sia bellissimo» risponde alla stessa maniera, cambiando parte della conversazione.
«Anche tu sei incantevole, Raggio di sole» arcua le sopracciglia e sorride maliziosamente. Si avvicina. Ancora di più del possibile. A un certo punto il suo zigomo è premuto contro le mie labbra. Ci siamo solo noi. Tutto ciò che ci circonda si dissolve. Ha il respiro flebile e una sensazione familiare riemerge in me. È amore, potrebbe esserlo. Il cuore batte forte contro la gabbia toracica, affanno e tremo.
«Non posso» gracchia, «Non riesco a smettere di pensart...»
Non le concedo il lusso di terminare la frase, le mie labbra sono sulle sue in un battito di ciglia. Neanch'io riesco a smettere di pensare a te. Famelico, le afferro entrambe le cosce, per spostarla sul cavallo dei pantaloni, procurandoci all'uniscono un gemito soffocato. Ed è il suono più eccitante che ho udito negli ultimi tempi. Carezzo la pelle liscia e pallida, sfiorandola con delicatezza e determinazione. Presso le dita su ogni centimetro di lei per imprimerle il mio tocco. Sulle spalle, lungo la schiena, sul collo...la bacio con così tanto impeto da farle mancare il fiato. Ci stacchiamo solo nel momento in cui cammino in direzione di una panca su cui sederci, «Sai quante volte ti ho pensata?» pronuncio, e questa volta è la sua bocca a trovare la mia.
Oh Raisa, non immagini nemmeno le volte in cui ho sognato di essere in questa posizione e in questo posto, dove non conta il mio passato e il tuo. Dove siamo solo due ragazzini e nient'altro, dove siamo vivi, sopravvissuti alla vita. Faccio scivolare le mani sotto il vestito alla ricerca di un qualcosa in più, perché non voglio che sia solo lei a ricordarsi di me. Nella tentativo di divorarci, il vestito le si arrotola sui fianchi rendendo visibile la cicatrice sul fianco. Ma come se un tuono avesse falciato il cielo, si scosta da me. Osserva l'orribile deturpazione e cerca di coprirsi, vergognandosi del suo stesso corpo.
«Non devi, non devi farlo», «Non coprirti.»
«Sei bellissima» mi sollevo per farla sedere accanto a me, m'innalzo in piedi. La sua espressione è un misto di sofferenza e desiderio. Continuo a guardarla negli occhi, mentre mi chino. E sono in ginocchio, dinanzi a lei. Come per dimostrarle che le sono devoto. Io. Io che non mi sono mai inchinato a nessuno. Io, che ho rinunciato alla mia eredità per non essere governato dai grandi. Io, qui. Ai piedi dell'unica donna che desidero. Le chiedo con cenno il consenso, annuisce ed è lei a mostrare ciò che le ha inflitto quel bastardo.
Dio, fai in modo che m'imbatta in lui. Lo torturerò così tanto che sarà lui a chiedere di essere risucchiato negli Inferi.
«Hendrick» mi sfiora delicatamente la fronte, ripercuotendomi.
«Non sei costretto ad aggiustare ciò che altri hanno rotto» ansima.
Non emetto fiato, bacio delicatamente più e più volte l'anca procurandole uno spasmo. Procedo con calma, poso i palmi sui fianchi in modo che stia ferma, ma è lei ad avere il controllo. Affonda le mani nei miei capelli e mi accarezza la cute con dolcezza. «Non sei rotta Raisa, non sei un giocattolo» pronuncio.
«E cosa sono? Cosa sono per te?» sollevo la testa nel momento in cui la domanda resta sospesa.
«Sei una Donna» dico. «E se desideri puoi essere la mia o di chiunque tu voglia»
Ed è la frase che scatena il punto di non ritorno, comprende di non essere stata una ragazzina per me, non è mai stata solo la testimone dell'omicidio o quella da accalappiare in vista del processo. Gli sfioro le guance, «Sì» dice, solamente. E mi basta per sapere che non l'ho solamente pensato, ho pronunciato davvero le parole.
Sposta il peso in avanti, faccia a faccia.
«Ti amo Damen, ti amo davvero» pronuncia e mi bacia. Mi bacia come non ha mai fatto prima d'ora.
Lei mi ama, Raisa mi ama.
«Ripetilo».
«Ripeti ciò che hai detto» la scosto, incredulo.
Avvampa, e nasconde il viso fra l'incavo del mio collo.
«Io mi fido di te, ti amo Hendrick».

Il tempo scorre velocemente, fin troppo velocemente, e senza accorgermene due furgoni neri sfrecciano sull'asfalto depistandomi della dichiarazione ricevuta. Zio Dom, seguito da mio padre, ascende con una tale velocità da disarmarmi. Entrambe le pistole sono puntate su di me. Raisa balza sul cemento freddo, nascondendosi.
«Cosa sta succedendo?» grida. Jeremy l'afferra per la spalle portandola a qualche metro di distanza, fra calci ed urla disperate. Sono privo del suo calore, l'osservo mentre si dimena e cerca una spiegazione, interrogandomi. Una lacrima bagna il grigio ai miei piedi e m'accorgo di star piangendo.
«La polizia ha fatto irruzione in casa nostra, cosa credevi di fare? Eh? Di nasconderti per sempre? Cazzo Damen, hai messo in pericolo l'intera dinastia con la tua stupidaggine» si sgola Andrew, ed io sono fermo. Immobile, alla ricerca di qualcosa da dire. Compiono due passi in avanti per acciuffarmi. M'imbatto nel viso rammaricato di Jeremy e in quello frustrato di Dominic.
«Sparerò. Non a te. Ma lei» punta il dito.
«Quindi fai il bravo bambino e sali in auto» pronuncia Arnold, da uno dei furgoni. Ed è surreale che sia la mia stessa famiglia a minacciarmi, ma non è mai stato diverso.
Non posso arrendermi, non ora.
Cerrco una via di fuga con lo sguardo.
Ma quando il puntino rosso si conficca dritto sul petto di Raisa, qualcosa in me s'irradia: LA RASSEGNAZIONE. È carico e pronto a sparare, sotto il comando dell'uomo che mi ha cresciuto. La vedo annaspare e mi lascio andare al mio destino. È per la seconda volta nel giro di pochi minuti, sono in ginocchio. Pronto per essere rinchiuso, di nuovo. Privo della mia libertà.
Raisa singhiozza parole sconnesse ed io sono in grado solo di pronunciare una stupida frase rivolta al mio migliore amico, prima di essere issato con forza.

«Toglile le mani di dosso, non toccarla. E riportala a casa, sana e salva. Non torcerle un solo capello, perché se scopro che le hai rivolto parola. Ti uccido J».
«Ti uccido sul serio».
Mentre mi scortano cerco di non guardarla, è un vero e proprio incubo.


To be continued...

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