Ogni mattina mi sveglio con una stanchezza che non ha nulla a che fare con il sonno. È una fatica sottile, come se ci fosse qualcosa dentro di me che lavora tutta la notte per consumarmi.
Non è questione di perfezione. Si tratta di diventare più piccola. Un po' alla volta.
Ogni giornata è una sottrazione. Un morso in meno, un respiro trattenuto più a lungo. Devo diventare niente.
Mi posiziono davanti allo specchio e inizio a spogliarmi. Voglio annotare le variazioni di peso e tenere tutto sotto controllo.
La mia immagine riflessa è un nemico da affrontare. Ogni centimetro di pelle urla contro di me.
Fisso la mia mascella. Troppo morbida, troppo piena. Vorrei fosse più affilata, spigolosa. Abbasso lo sguardo al collo. Lo tiro leggermente all'indietro con le dita, osservando come le ossa si fanno appena visibili. Non basta.
Le braccia devono diventare sottili al punto da poterle circondare con una mano. Le clavicole devono sporgere come ali spezzate, e le costole? Devono potersi contare. La pancia non è ancora piatta, non come dovrebbe. Le gambe devono diventare due ramoscelli, non devono toccarsi. Forse a quel punto riuscirei a non essere "troppo".
Troppo visibile.
Troppo pesante.
Troppo viva.
Scrivo e riscrivo nel dettaglio ciò a cui ambisco e la penna - ironia della sorte - smette di funzionare.
Mi allontano dallo specchio con un nodo in gola. La stanza sembra stringersi intorno a me; il respiro diventa pesante, come se l'aria fosse fatta di piombo. Mi siedo sul bordo del letto, il quaderno accanto a me. Sono così stanca...
Un ronzio lieve mi distrae. È il frigorifero, impossibile che lo senta da qui, forse sono provata dal giudizio severo dello specchio. Ma con quel suono, arriva il pensiero del pranzo. Non mi sono accorta di che ore fossero, eppure adesso non riesco a ignorarlo.
Mi alzo lentamente e mi trascino verso la cucina. Apro il frigorifero e trovo delle verdure cotte che mia madre ha lasciato per me dalla sera precedente, ordinate in un piatto coperto di pellicola trasparente. È un gesto premuroso, ma non riesco a vederlo in questo modo. Le verdure sono lì, un test silenzioso della mia forza di volontà.
Chiudo senza prendere nulla. La voce nella mia testa è più forte di ogni altra cosa, e mi impone di non mangiare, soprattutto se nessuno mi guarda.
Supero il portone e l'aria fredda mi colpisce, costringendomi a chiudermi ancora di più nel giubbotto.
Per arrivare alla Wise Book prendo una strada diversa in modo da allungare il percorso, ma non ho scelto la giornata migliore, il vento mi graffia le guance e mi fa barcollare avanti e indietro come fossi una marionetta. Aspiro dal filtro della sigaretta e mi perdo a osservare il fumo disperdersi nell'aria. Si assottiglia, si spezza, poi non resta nulla.
Le persone non funzionano così. Anche quando se ne vanno, anche quando spariscono, qualcosa rimane sempre: un odore sui vestiti, i ricordi, un vuoto che continua a farsi sentire.
Il fumo no. Svanisce senza lasciare traccia. Vorrei poter fare lo stesso.
«Ehi.» La voce calda di Travor mi raggiunge mentre ho ancora la Winston tra le dita.
Sobbalzo appena, come se mi avessero sorpresa a desiderare qualcosa di proibito.
«Come te la cavi con matematica a casa?»
Spengo la sigaretta ormai finita e la butto nel posacenere accanto a me.
«Direi bene, tutto merito del mio insegnante.» Gli faccio l'occhiolino. Mi viene naturale e questo mi spaventa. Ormai lo conosco abbastanza da non sentirmi più a disagio ad ogni minimo movimento, il che è strano, ho imparato così velocemente a fidarmi di lui che ne sono stupita. E se fosse un errore?
STAI LEGGENDO
Ricominciare da me
Romantik‼️ Storia in revisione con editor, questa è solo la prima bozza grezza, stanno cambiando molte cose‼️ Selene non si è mai piaciuta e i suoi genitori non hanno mai mancato di farle notare tutto quello che non andava bene in lei. Selene da qualche tem...
