32 - Selene

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Lasagna al ragù. 330 calorie circa.

Respira Selene. Inspira, espira, inspira, espira, inspira, espira.

Il piatto è davanti a me, il profumo si insinua nelle narici, facendomi stringere lo stomaco in una morsa crudele. Il battito accelera. Il peso del boccone mi sembra insostenibile. Poi sposto lo sguardo nel posto vuoto accanto a me. Il ricordo di Maddison riaffiora e d'improvviso la sua figura si palesa solo alla mia vista.

«Coraggio», mi esorta a dare un morso. Lo faccio per lei e per chi mi vuole bene.

Mio padre parla del lavoro, del rientro dopo le feste, delle solite cose che riempiono i suoi discorsi. Ma questo non mi aiuta a scacciare i brutti pensieri quanto invece immaginare Maddy che mangia con me.

Fra le due, era lei quella che amava cucinare. Se fosse qui, avrebbe preparato un pranzo di Natale degno di essere ricordato. Mi convinco che sia stata proprio lei a cucinare questa lasagna, e l'idea rende il cibo meno spaventoso.

La osservo meglio. I capelli raccolti in una coda morbida, comoda, come le piaceva tenerli in casa. Un cardigan verde che esalta i suoi occhi smeraldo, identici ai miei. Jeans scuri e Converse. Dai lobi pendono piccoli brillantini, che deve aver ricevuto in regalo questa mattina, forse da mamma.

«Sei splendida, Maddy.» Glielo dico mentalmente, e lei mi sorride, scoprendo i denti perfetti.

«Pure tu, sorellina.»

Le nostre mani si cercano, smaniose di ritrovarsi dopo tanto tempo. Le dita tremano mentre si tendono verso di lei, il cuore in gola per la speranza... ma quando dovrebbero sfiorarsi, trovo solo vuoto. Il gelo mi avvolge.

Però lei non svanisce, è ancora nella mia mente.

«Non andartene» sussurro.

Maddison mi guarda con infinita dolcezza e una punta di dispiacere. «Sai che prima o poi accadrà, Sele. È già successo. Ma rimango dentro di te. Promesso.»

Sele. Dopo di lei non ho permesso più a nessuno di chiamarmi in questo modo.

Il piatto scompare dalla visuale. Me lo stanno portando via perché ho terminato. Sono riuscita a finire un pasto senza venire minacciata. Senza paura. Al suo posto ne compare un altro con una fettina di carne e dell'insalata. Il mio respiro si ferma di nuovo. Cerco una risposta nello sguardo di mamma.

Mi sorride. «Sì, anche quello. Ho preparato ogni cosa con amore, per noi. Per ricominciare.»

E in quell'istante, in quel silenzio, sento Maddison stringermi la mano. Sembra incredibilmente reale. Non posso permettermi di impazzire. Stringo l'orlo della felpa. Questo è reale. Non lei. Respiro a fondo.

Infilzo una foglia d'insalata, mastico fino a ridurla in poltiglia, poi passo alla carne, sminuzzandola con cura. Ingoio a fatica. Lo stomaco è pieno e quando finisco mi sento scoppiare. Sono pesante e la pancia, prima piatta, pare un palloncino.

Osservo mia sorella. Ha sollevato il maglione e si accarezza il ventre gonfio con fare teatrale.

Ridacchia, spensierata, come se tutto questo fosse un gioco. «Maschio o femmina?» chiede, con un lampo divertito negli occhi.

«È solo cibo» la correggo.

«Se potessi scegliere, preferirei avere una femmina.» Ignora il mio commento cinico. «Il tuo?»

Distolgo lo sguardo. «Non m'interessa, vorrei non ci fosse.» Rispondo acida.

Lei sospira con finta esasperazione e scuote la testa. «Non c'è niente di male a prendersi in giro. L'autoironia fa bene all'autostima, sai?» La solita sapientona. Non riesco a trattenere un sorriso.

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