La stanza di Maddison è rimasta com'era l'ultima volta, e quella prima ancora. Quando trovo il coraggio per entrarci spero sempre di trovare qualcosa fuori posto, un minimo cenno che mi faccia capire che lei è stata qui. Che lei esiste. Ma è una speranza assurda, tutto rimane maledettamente uguale, e lei non è in giro a farsi una vacanza.
Mi fermo sulla soglia, il cuore pesante. L'aria qui dentro ha un odore che conosco bene: profuma di lei. Di fiori e delicatezza. Fa male. Dio, fa così male. I libri perfettamente impilati sulla scrivania, la sua felpa preferita appesa alla sedia, il letto rifatto che mamma cambia ogni settimana, anche lei preda di un dolore lacerante. Crede che io non me ne accorga, ma il venerdì mette da lavare le lenzuola di Maddison e le stende nella sua camera. Non voglio nemmeno pensare a cosa significhi perdere un figlio. Ma io ho perso una sorella.
Mi accascio a terra, tenendomi stretto il petto. Poi lo vedo. Sotto il letto c'è un puzzle. L'immagine sul coperchio ritrae un campo di girasoli sotto un cielo azzurro. Maddison amava i puzzle. Li facevamo insieme per ore, sedute fianco a fianco, la musica di sottofondo mentre lei cantava stonata, altre volte invece, guardando una serie tv. Ora quel puzzle è lì, intatto. Le mani tremano quando sfioro la scatola. Lei non potrà più cominciarlo, ma io sì. Io posso, ma non da sola.
Mi passo il palmo sulle ginocchia, cercando di fermare il tremore, poi allungo una mano verso il comodino. Il telefono è lì, lo afferro con esitazione, quasi pesasse più del normale. Lo sblocco e scorro tra i nomi nella rubrica. Le dita si fermano al nome di Arya e faccio partire gli squilli.
«Ciao splendore! Come mai questa chiamata?»
È sempre così piena di gioia... vorrei avere la sua forza.
«Puoi venire da me?» La mia voce è un soffio, prigioniera delle lacrime. Alla mia amica non serve sapere altro. Non mi chiede perché. Mi dice che sta arrivando e la chiamata si conclude. Vado nella mia stanza con il puzzle fra le braccia e lo lascio cadere sul tappeto ai piedi del letto.
Dopo pochi minuti, Arya è qui con me, con quello sguardo che mi legge dentro. Sa che non è solo un puzzle, lo ha capito immediatamente.
Ci sediamo a terra, in silenzio. Iniziamo a unire i pezzi, uno dopo l'altro. Ogni incastro è una ferita che si riapre, un ricordo che torna a galla.
"And I won't let my insecurities define who I am, I am. Not gonna waste my life 'cause I've been fucked up. 'Cause it doesn't matter." Mi passa davanti il ritornello della canzone di Yungblud che cantava più spesso. Sicuramente se fosse stata qui con noi l'avrebbe messa su, avrebbe alzato il volume fin quanto possibile, poi si sarebbe cimentata in una prova di canto.
Continuo ad unire pezzi, scacciando questi pensieri. Arya lavora veloce, ma non mi sfugge il modo in cui mi lancia occhiate strane.
«Stai bene?» È la prima volta da quando è qui che apre bocca.
«Passerà.»
Scorrono i minuti e le ore, il puzzle è quasi completo. Manca solo un pezzo. Cerco con lo sguardo tra le tessere avanzate. Non ci sono. Una brutta sensazione si fa largo in me. Non è possibile, dev'essere qui da qualche parte. Forse sono stata brusca ad aprire la scatola ed è semplicemente finito più lontano.
Frugo attorno a me, sotto il tappeto, fra i miei vestiti, per tutto il pavimento. Nulla. Il respiro mi si spezza in gola. Non può mancare. Non può.
Mi alzo di scatto, vado nella stanza di Maddison con Arya al seguito. Rovescio un cuscino, poi un altro. Frugo nel cassetto della scrivania, sotto il letto. Il cuore mi martella nel petto, le mani tremano.
«Selene...» Arya mi guarda con occhi lucidi. Non può capire cosa significhi quel tassello. Quanto sia importante. Io non lo accetto.
«Deve essere qui!» urlo. Eppure non si trova.
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Ricominciare da me
Romance‼️ Storia in revisione con editor, questa è solo la prima bozza grezza, stanno cambiando molte cose‼️ Selene non si è mai piaciuta e i suoi genitori non hanno mai mancato di farle notare tutto quello che non andava bene in lei. Selene da qualche tem...
