28 - Selene

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Il mio telefono vibra sul letto e vado a prenderlo, nella speranza che sia la mia amica che vuole farsi perdonare. Il numero però non è salvato in rubrica, capisco subito di chi si tratta: Mason. Ormai non parlo più con nessun altro.

"Esci", recita il messaggio.

Dopo la conversazione avuta fuori casa sua, io e Mason abbiamo iniziato a vederci sempre più spesso. Ho scoperto che non è terribile come pensavo. L'avevo giudicato senza conoscerlo, anche se certe sue battute sono così pessime che vorrei non doverlo sentire. Nell'ultima settimana ha provato più volte a farmi riavvicinare ad Arya, ma lei si è allontanata persino da lui. Forse perché passiamo più tempo insieme di quanto facciano loro. In ogni caso, non è un mio problema, spetta a Mason chiarire il nostro rapporto con Arya, io non le devo spiegazioni.

Tu: Faccio cagare.

Mason: Selene!

Tu: Non esco.

Mason: Si invece.

Tu: Non riesco, te lo giuro...

Mason: Non ti permetto di farti questo, o usciamo assieme come due persone civili, oppure ti carico in spalla. A te la scelta.

Rimango a fissare la chat luminosa con sguardo torvo. Riprendo a scrivere premendo le dita sullo schermo talmente forte da farmi male.

Tu: Dammi due minuti.

Metto giù il telefono, mi tolgo il pigiama, lasciando che tutto finisca sul pavimento. Afferro i primi pantaloni che vedo, assicurandomi che non siano sporchi, e li infilo. Sopra ci abbino una maglia seguita da una felpa nera. Il telefono vibra di nuovo, ma stavolta lo ignoro. Dopo essermi guardata un'ultima volta allo specchio, mi dirigo alle scale, scendo di sotto e afferro le mie Nike consumate. Appena sento il suono di un clacson, mi precipito fuori, dove mi aspetta il mio passaggio.

La macchina è quella con cui sono andata al centro commerciale con Travor, alla guida però c'è Mason. Non so perché mi colpisca così tanto. Forse perché io e Travor non ci siamo più riavvicinati. Lo vedo nei corridoi della scuola, sempre accanto a Grace, parlano, ridono, come se nulla fosse successo. Come se io non fossi mai esistita. Scaccio via quel pensiero doloroso e mi avvicino all'auto. Controllo le sue pupille per assicurarmi che siano in uno stato normale, dopodiché apro la portiera e gli faccio un cenno di saluto con il capo, ancora arrabbiata per essere stata messa alle strette.

«Ciao», mi saluta lui dal posto di guida mentre salgo.

Chiudo la portiera e borbotto un: «stronzo», già pentita di questa uscita.

«Ora me lo dici dove stiamo andando?» Sarà la milionesima volta che glielo domando nell'arco di mezz'ora, in mia discolpa lui non risponde mai, si limita a dirmi che lo scoprirò quando arriveremo.

«Sei sempre così rompiscatole?» sbuffa esasperato.

«Veramente no, mi sento offesa. Tu sei sempre tanto maleducato?»

Si volta un secondo nella mia direzione per rivolgermi un ghigno divertito. «Sì.»

Nessuno parla fino all'arrivo in un parcheggio deserto. Capisco subito dove mi ha portata. Siamo al mare. Appena scendo, l'aria salmastra mi si appiccica addosso, insinuandosi nei vestiti e nei capelli, mentre il vento si scaglia contro di me. Mi stringo nel giubbotto, grata di averlo preso all'ultimo momento. Chi diavolo verrebbe al mare d'inverno? Ovviamente, Mason.

Ci incamminiamo verso la spiaggia e, con la stessa naturalezza con cui si respira, lui estrae quella che ha tutta l'aria di essere una canna. Davvero non riesce a stare lucido neanche per un'ora? Un moto di fastidio mi sale alla gola, e senza pensarci gliela strappo di mano con un gesto rapido.

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