21 - Selene

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Il rumore della valigia che striscia sul pavimento spezza il silenzio mentre varco la soglia di casa. L'aria è ferma, immobile, così diversa dal caos della gita, dalle risate soffocate nei corridoi del rifugio, dalle voci degli altri che riempivano ogni angolo.

Chiudo la porta alle mie spalle e lascio andare un sospiro pesante, sentendo sulle spalle il peso della stanchezza.

Senza pensarci troppo, infilo il corridoio e salgo le scale. Ogni passo rimbomba nella quiete familiare, rendendomi più consapevole di essere tornata. I giorni trascorsi lontano sembrano già sfocati, quasi un sogno. Qualcosa di me è rimasto sospeso lì, tra le montagne.

Quasi in automatico, mi ritrovo davanti alla porta della camera di mia sorella. Giro la maniglia ed entro.

Vengo sopraffatta dal suo profumo ormai lieve, mi investe all'improvviso, stringendomi il petto con una forza inaspettata.

Il mio cuore piange vedendo che tutto è rimasto esattamente come l'ha lasciato lei, pulito, pronto per quando sarebbe tornata dal concerto quella sera. Ci sono così tanti oggetti che non utilizzerà mai, libri lasciati a metà, disegni mai finiti, puzzle incompleti. Niente ha senso qui.

Sento un nodo in gola e ho una voglia matta di urlare, ma il suono rimane incastrato fra le costole, soffocato dalla rabbia. Me la prendo con Maddison, ma anche con me, sono stata una stupida. Come è potuto accadere?

Mi avvicino lentamente all'armadio e apro le ante con cautela e silenziosamente, come se lei potesse piombarmi addosso da un momento all'altro e sgridarmi perché frugo tra la sua roba. Le mie dita sfiorano le ante, esitando.

Quando apro il primo cassetto, trovo le magliette e i top, piegati con cura e sistemati in due pile. Il mio petto è scosso da un singhiozzo che mi sforzo di trattenere. I miei genitori non hanno toccato niente, non hanno mai trovato la forza di mettere via le sue cose. Forse credono che lasciando tutto com'era, Maddison possa ancora tornare. Che sia solo lontana, in viaggio. Non sotto metri di terra.

Chiudo piano il cassetto e mi sposto verso il comodino sul quale riposano pochi oggetti, quelli che per lei erano indispensabili. Afferro la collana oro da cui pende il ciondolo di un peperoncino rosso fuoco, ancora lucido sotto la luce della stanza. Gliela aveva regalata un'amica per il compleanno, dicendo che Maddison era così, sempre in movimento, bruciava, ardeva di vita e lasciava un segno in coloro che la conoscevano.

Sfioro poi una rosa appassita che pende sopra la mia testa, lo faccio piano, per non rovinarla. Non mi ha mai voluto dire chi gliela avesse regalata, era molto riservata sulle relazioni sentimentali, e ora il segreto se lo è portato via con lei.

Mi siedo sul bordo del letto, accarezzando le lenzuola come se lei fosse ancora qui, come fosse stesa sul letto e dovessi confortarla. Sono fredde sotto le dita, e il gelo mi entra nelle ossa. Non c'è più il suo calore. Era sempre lei a prendersi cura di me, avrei voluto farlo io per una volta e ho finito col fare peggio. Lei non tornerà. E io sono rimasta sola con il vuoto che ha lasciato.

Saresti dovuta morire tu. La frase mi esplode nella testa, come ogni giorno, come ogni notte, da quel maledetto 22 luglio. Non è solo una frase. È una sentenza. Ormai è parte di me, si è radicata così a fondo da confondersi con i miei stessi pensieri.

Non serve negarlo, non serve combatterlo: il senso di colpa è diventato il mio compagno più fedele. Io che sono ancora qui, che respiro, che cammino, che rido persino, a volte. Come posso permettermelo? Come può il mondo andare avanti come se niente fosse, mentre dentro di me tutto è rimasto fermo a quel giorno? Forse, se fossi stata io a sparire, le cose sarebbero andate meglio, forse la mia assenza non avrebbe scavato un buco così profondo nel cuore di chi mi ama, perché in fondo lei era migliore di me. E invece sono qui, costretta a portarmi addosso questo peso insopportabile, che mi ricorda ogni istante che sono la persona sbagliata ad essere rimasta.

Ricominciare da meLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora