36 - Travor

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All'inizio notavo i segnali come la perdita di peso o gli occhi sfuggenti ogni volta che si parlava di cibo, ma non capivo se dovessi preoccuparmi seriamente, oppure le cose si sarebbero sistemate.

Poi è svenuta. E in quell'istante ho capito. Non si trattava di una semplice disattenzione, di qualche pasto saltato qua e là. Era l'anoressia che la stava divorando dall'interno. Ho cercato di aiutarla, di starle accanto, e per un po' sembrava funzionare. Mi assicuravo che mangiasse, le stavo addosso con discrezione, cercando di non farle sentire il peso del mio timore. Ma ora sta peggiorando di nuovo. E questa volta non mi lascia avvicinare. Si è chiusa nel suo silenzio, innalzando muri che ero riuscito ad abbattere.

Ieri sera, dopo che siamo stati da Arya, ha rifiutato di venire da me. Mi sono accorto che il motivo erano i pasti da passare assieme, perché stare con me significava mangiare, e questo la terrorizza più di qualsiasi altra cosa. Mi sento impotente, tutte le strategie che trovo si rivelano inutili e non riesco a farla tornare in superficie. I sacrifici che faccio per avvicinarmi mi portano a rinunciare ai miei bisogni, sarebbe gratificante se solo funzionassero; invece, afferro l'aria e l'ansia di perderla mi consuma.

Questa sera siamo a tavola da mezz'ora. L'ho costretta a venire, ignorando le scuse che mi stava rifilando. Io ho quasi terminato il mio piatto di pasta al sugo, Selene non ha toccato cibo.

«Almeno metà piatto, coraggio» la sprono.

Selene stringe le mani attorno al bordo del tavolo, le nocche che sbiancano. Quando parla, la sua voce è un sussurro rabbioso. «Scusa se per me è complicato. Non ce la faccio, cazzo! Ma perché non mi lasciate tutti quanti in pace?» È arrabbiata con me o con se stessa? Non saprei dirlo.

Mi sforzo di restare saldo. «Sei bravissima, dico solo che se mangi metà porzione starai meglio fisicamente, avrai la forza per fare più cose.» Spero davvero di averla convinta, mi fa soffrire vederla in questo stato.

Le lacrime le riempiono gli occhi, tremano sulle ciglia, pronte a cadere. Poi si alza di scatto.

«Quello che voglio fare è andare a dormire, fammi passare.»

Mi sfiora appena mentre si dirige in camera mia, lasciandomi solo a fissare il suo piatto pieno. Mi sento un idiota, ancora una volta incapace di aiutarla, di capirla davvero. Attendo qualche secondo prima di seguirla, cercando di raccogliere i pensieri, di non lasciarmi sopraffare dalla frustrazione.

Mi fermo al centro della stanza. Lei è stesa sul letto, raggomitolata su se stessa apparendo ancora più piccola del normale. È così sottile che il piumone sembra inghiottirla.

Mi avvicino con cautela. «Amore, devi chiedere aiuto. Così non va bene.» Un magone in gola minaccia di soffocarmi. La amo, non posso perderla. «Può essere spaventoso, ma ci sono io. Lo possiamo fare insieme.»

Nemmeno mi guarda. «Mi vuoi lasciare?» La voce è atona, come se si fosse arresa all'evidenza, senza una sfumatura di emozione.

«Non è quello che ho detto.» Mai la potrei abbandonare, anche se non so più come affrontare la sua sofferenza senza perdere anche me stesso.

«È esattamente quello che hai detto. Vuoi vedermi ricoverata chissà dove, lontana da tutti? Posso farcela anche da sola. Domani mangerò, promesso.»

Quello che faccio non è mai abbastanza, e so che le sue promesse sono vane, ma ogni volta che le pronuncia mi attacco alla speranza che siano vere. Abbasso lo sguardo sui suoi capelli, spenti, sciupati. Sul suo viso, sempre più pallido. Sta svanendo, lentamente, e io non so come fermarla.

«Hai paura a mangiare stasera perché fra due giorni si ritorna a scuola?» le chiedo. «Ti posso giurare che non cambierà niente. Un po' di pasta non fa del male a nessuno, sarai la stessa di ieri e di oggi.»

Ricominciare da meLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora