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Erano passati poco più di dieci giorni dal litigio tra Alma e Ghali e dall'incidente che ne era seguito. Dieci giorni da quando Alma aveva lasciato l'appartamento del suo ragazzo, aggrappata al fratello Enis, e da quando Ghali aveva avuto il suo primo attacco di panico. Non ne aveva mai avuto uno prima, era stata una cosa nuova, che l'aveva colpito all’improvviso. In quei giorni, aveva ripensato a quell’attacco di panico e spesso gli accadeva di perdere il fiato. Come era successo tutto ciò? Come si era arrivati a quella lite furibonda? La bottiglia si era frantumata in un attimo, in mille pezzi, e in un decimo di secondo Alma si era ritrovata a terra, con i vetri conficcati nella pelle.

Ghali non riusciva a darsi pace. Era convinto che quell’incidente fosse colpa sua e non riusciva a perdonarsi per aver ferito Alma. Era come se quei pezzi di vetro glieli avesse conficcati lui nel braccio. Certo, non era andata così. Il suo era stato solo un gesto di protezione per Alma, per salvarla dalla sua dipendenza. Era stato un gesto d'amore, ma in qualche modo quella prudenza nell’intento di proteggerla era stata eccessiva. Non riusciva a non sentirsi in colpa, non riusciva a non pensare agli occhi spaventati di Alma. Era certo che agli occhi di lei lui apparisse come un mostro da temere e quasi si stava convincendo che ciò fosse vero. Era davvero diventato un mostro. Forse non aveva conficcato quei pezzi di vetro nella sua pelle, ma sicuramente li aveva conficcati nella sua mente e nel suo cuore, portandole tanto dolore.

Erano giorni che non si capivano, giorni in cui le cose tra di loro non si incastravano più. Poi era arrivata la Tunisia, con la famiglia di suo padre, e lì tutto era degenerato. Aveva capito troppo tardi che Alma non c'entrava nulla e che era sbagliato prendersela con lei. Avrebbe voluto capirlo prima, così da evitare di creare quella situazione che ora l'aveva allontanata. L’aveva persa e credeva di esserselo meritato. Era diventato un mostro e lei non se lo meritava.

E mentre cenava a tavola con sua madre, stava pensando proprio a questo. Si sentiva terribilmente solo in quei giorni, così era andato da Amel per cercare conforto. L’amore di sua madre forse lo avrebbe aiutato a sentirsi meno in colpa e, chissà, lei avrebbe potuto dargli qualche buon consiglio. Ma a tavola, il silenzio era pesante. Amel aveva sentito il litigio in Tunisia ed era certa che quello fosse stato il punto di rottura, ma non sapeva cosa fosse accaduto davvero. Non voleva fare domande per non sembrare invadente, ma aveva capito che tra loro c’era qualcosa di grosso. Rispettò il suo silenzio e, quando lui fu pronto ad alzarsi per aiutarla a ripulire tutto, lei gli disse di andare a rilassarsi in salotto. E così lui fece. In una situazione diversa, avrebbe insistito per aiutarla come aveva sempre fatto, ma in quel momento aveva bisogno di pensare. Si sedette sul divano e accese la televisione. Riconobbe qualche scena di un film, ma era così assorto nei suoi pensieri che non ne ricordò il titolo. Non gli importava. Guardò quel film senza prestare attenzione, chiunque avrebbe capito che in realtà fissava un punto vuoto dello schermo. Guardava nel nulla e di nuovo il battito del cuore gli accelerò. Mettendosi una mano sul petto, sperava di calmarsi, ma per la prima volta dopo giorni, si lasciò andare a un pianto. Un pianto silenzioso, come sempre, perché non voleva mostrarsi vulnerabile, ma un pianto necessario per sfogarsi.

Sua madre se ne accorse e raggiunse il salotto. Si sedette accanto a lui, che aveva abbassato la testa fino a poggiarla sulle ginocchia. Si era rannicchiato come un bambino. Amel gli accarezzò dolcemente la schiena, avvicinò il viso alla sua testa e lo baciò, un bacio che sapeva di casa, di porto sicuro. Lui alzò la testa e la guardò. Gli occhi erano gonfi di pianto, le lacrime gli rigavano le guance e il respiro era ormai affannoso.

"Va tutto bene, amore - disse Amel con voce calma, cercando di tranquillizzarlo - Cosa è successo? Parlamene, possiamo trovare una soluzione"

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