Capitolo 6 - Ready or not

375 56 32
                                        

Avrebbe dovuto tornare a casa fin da subito, e lo sapeva bene; erano giorni che non dormiva decentemente, Virgil gli aveva esplicitamente ordinato di andarsi a riposare e del suo canto era altrettanto sicuro che, se si fosse guardato allo specchio, avrebbe letto la stanchezza che gli gravava sulle spalle in ogni solco del suo viso.
Ma Sam sapeva che, se avesse dovuto cercare un po' di pace, certamente non l'avrebbe trovata tra le lenzuola del suo letto – dove gli incubi lo ghermivano e gli strappavano pezzo a pezzo quei brandelli di lucidità rimastigli dopo quell'ultima consulenza sulla scena del crimine – né tra le quattro mura di casa, dove da quando Toby, il suo ultimo e vecchio pastore tedesco, era venuto a mancare, trovava spazio soltanto un immenso e schiacciante silenzio che forniva libero sfogo alla sua rete di pensieri.
E lui, quel giorno, aveva semplicemente bisogno di smettere di ragionare; spegnere la mente, annullarsi completamente per appena qualche istante, ritrovare la calma che i farmaci – per quanto efficaci – non potevano restituirgli.
Era montato in macchina e aveva guidato.
Per quanto tempo? Non lo sapeva.
Ricordava distintamente di essere salito sulla BMW verso le undici e mezza di mattina con l'obiettivo di dirigersi nello studio di Ariane, dove aveva prenotato un breve colloquio per farsi prescrivere un'altra scatoletta di calmanti: in un paio di giorni avrebbe tranquillamente finito quelli della sua scorta.
L'immagine della portiera che si apriva davanti a lui era ben nitida nella sua mente. Rammentava di quanto fosse seccato all'idea di una discussione imminente, perché la psicologa si sarebbe fatta pregare per almeno una decina di minuti prima di cedere e prescrivergli quelle dannatissime pillole che, sì, odiava con ogni maledetta parte di sé, ma delle quali non poteva fare a meno da almeno vent'anni; e le dita, lunghe e nodose, gli tremavano ancora al punto che aveva avuto difficoltà nell'afferrare la maniglia dello sportello.
Era scosso, vulnerabile e aveva solo bisogno dei suoi maledetti psicofarmaci.

Ma non era andato da Ariane. Non era nemmeno tornato a casa. Aveva chiuso gli occhi per un attimo, il tempo di battere le palpebre, con la mente labirintica affollata da numerosissimi pensieri contrastanti. E quando li aveva riaperti...
Buio.
Gli sembrò improvvisamente d'essere cieco, mentre i fanali posteriori della macchina che aveva davanti lo abbagliavano; intorno a lui: suoni, luci e sagome che non riconosceva e che sfrecciavano ai due lati della macchina fintanto che lui continuava a premere l'acceleratore.
Terrorizzato, con il fiato smorzato e il petto in fiamme, frenò di colpo. Il clacson della macchina che lo seguiva lo assordò; la frustata della cintura di sicurezza lo obbligò a buttare fuori l'aria che tratteneva nei polmoni tutta d'un colpo. Si sentì soffocare, il cuore gli pompava il sangue direttamente al cervello e le tempie gli pulsavano dolorosamente. Per un istante, credette di morire. Si svincolò da quella stretta, slacciando la cintura e balzando fuori dall'auto come se fosse stata in fiamme; il collo ancora gli doleva per il brusco arresto della corsa: vi passò una mano per massaggiarselo, mentre l'altra – tremante – aggiustava sul naso gli occhiali lucidi attraverso i quali cominciò a guardarsi intorno.

Il primo indizio per orientarsi fu rappresentato dalle tenebre nelle quali era completamente immerso: sollevò il naso verso l'alto e si accorse, con sgomento, che la luna lo spiava dal cielo, contraccambiando il suo sguardo confuso. Era notte. Trasalì. Allontanandosi dal mezzo della strada, per evitare di essere investito da un'automobile, infilò una mano nella tasca interna dell'enorme giacca color miele e ne estrasse il telefono, la cui luce lampeggiante in alto a sinistra – avviso di chiamata persa – non fece che contribuire al mal di testa che lo torturava.
Con l'ansia che lo divorava, premette il tasto di sblocco: a caratteri bianchi e luminosi, sullo sfondo standard che non aveva mai avuto voglia e tempo di cambiare, l'orologio digitale segnava le quattro e dieci del mattino; al di sotto dei numeri in sovrimpressione, una serie di notifiche lampeggiava a informarlo di ben dodici chiamate perse da parte di Ariane, alla quale aveva presumibilmente dato buca.
Prese un respiro profondo, mentre si passava una mano tra i riccioli scompigliati. Allentò la presa sul cellulare, che scivolò a terra con un ticchettio leggero. Era notte. Notte inoltrata! Tra il momento in cui aveva messo piede in macchina e quello in cui s'era ritrovato al volante, nel bel mezzo di una strada sconosciuta, intercorrevano più di dodici ore di totale blackout, durante le quali avrebbe potenzialmente potuto fare qualsiasi cosa senza averne minima coscienza. Era disorientato oltre ogni previsione: cosa avrebbe dovuto fare? Il modo più sensato di ricostruire le proprie azioni sarebbe stato chiedere ai suoi contatti più stretti, ma a giudicare dalle chiamate in rapida successione di Ariane non doveva essersi presentato al loro appuntamento e Virgil... no, non poteva fare parola di questo problema con lui; l'avrebbero sottoposto al doppio dei controlli, avrebbe rischiato la sospensione o, peggio, avrebbero finito con il crederlo e giudicarlo veramente matto. E la sua convinzione della propria sanità mentale era già abbastanza fragile senza che ci fossero altri elementi esterni a minarla.
No, no, non c'era niente di anormale in quello che era accaduto. Era sconvolto, era turbato. Doveva necessariamente trattarsi di qualcosa di episodico, non c'era altra spiegazione. Cercò di convincersi di non poter attribuire la colpa di quanto accaduto a nulla che non fosse lo stress per il troppo lavoro e la situazione che quella stessa mattina s'era andata a creare: creature come i vampiri s'erano sempre annidate nei suoi incubi più tetri.
Con la schiena si appoggiò alla portiera ormai chiusa della macchina e si lasciò lentamente scivolare verso terra, cercando di riprendere fiato e calma. Aveva perso il controllo, ora doveva recuperarlo. Avrebbe voluto chiudere gli occhi per rilassarsi meglio, ma non osò farlo: temeva di potersi risvegliare altrove, magari la mattina dopo, senza essersene neanche reso conto. No, doveva restare vigile e, soprattutto, doveva riguadagnare il sangue freddo.
Respirò a fondo per un lungo minuto; dalla tasca interna della giacca sfoderò un barattolino cilindrico – il contenitore dei tranquillanti – e ne estrasse un paio di pastiglie che s'infilò in bocca con un gesto secco, quasi spasmodico. Le giunture tra le falangi delle dita gli dolevano, come se avessero stretto il volante con troppo vigore e troppo a lungo; le estremità formicolavano come se non ricevessero un giusto apporto di sangue: cercò di stenderle e ripiegarle ritmicamente, nel tentativo di recuperare sensibilità lungo le articolazioni.
Solo quando avvertì il proprio battito cardiaco tornare più o meno regolare, cominciò a guardarsi intorno per cercare punti di riferimento che potessero essergli utili. Attorno a lui, vari edifici di diverse dimensioni e colori: porticati, scalette d'accesso, ingressi dipinti di verde con delle cifre arrugginite, che un tempo erano state d'un piacevole color oro, a indicare il numero civico e una lunga lista di inquilini sulla pulsantiera di ogni citofono. Allungò ancora lo sguardo, oltre i semafori imbrattati da qualche writer e la lunga fila di macchine parcheggiate ai lati della strada.
Sopra il blu profondo dell'East River, il ponte di Williamsburg offriva il proprio varco luminoso verso Manhattan.

Hypnophobia (#wattys2017)Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora