Alex aveva sempre trovato che New York fosse incredibilmente più affascinante di notte, che di giorno; con le sue luci lampeggianti, i profili scabri di palazzi e grattacieli aggrappati gli uni agli altri, del tutto immersi nella notte e nel suo silenzio desolante: tutto taceva; solo in sottofondo, la melodia ovattata di una città in perenne veglia, che ricordava a se stessa di essere ancora viva e vigile.
A questo pensava, mentre fumava la sua sigaretta. Si guardava intorno, seduta sulla breve scalinata d'accesso all'edificio dove avrebbe passato la notte, e sospirando bianchissimo fumo disegnava nell'ombra figure impalpabili. Il mondo era radicalmente cambiato, da quando era solo una ragazza: a volte aveva l'impressione di non trovarsi più sotto lo stesso cielo che rimirava passeggiando al braccio di Raffaele fiancheggiando i canali di Venezia, secoli prima, o che ancora fissava dalla finestra della sua camera a Besançon. Le stelle che la guardavano di rimando erano ora più fredde, la loro luce gelida s'insinuava fin sotto la sua pelle bianca.
Era un cosmo diverso, quello che le ruotava attorno, che da tempo aveva smesso di appartenerle; ma quell'oscurità l'aveva sempre rilassata allo stesso modo, più di quanto avrebbe desiderato ammettere. No, non per sua natura; che i vampiri temessero i raggi del sole non era altro che una sciocca fantasia scaturita dall'immaginazione del volgo: come la scempiaggine riguardante le ghirlande d'aglio o, peggio ancora, il riflesso degli specchi. Certi uomini avevano sempre provato un certo piacere nel rilevare la diversità della sua stirpe generando stravaganti luoghi comuni che spesso Alex e i suoi simili avevano sfruttato a loro vantaggio, per evitare di essere scoperti per quel che erano. E cos'erano, poi? Una mutazione genetica, un puro frutto del caso, una tragicomica deformità?
Non aveva mai saputo davvero rispondere a questa domanda. Comunque, con certezza sapeva che, per pura preferenza personale, lei aveva sempre prediletto le tenebre alla limpida luce del giorno.
D'altro canto, si trovò a considerare, da parecchi anni svolgeva un lavoro prettamente notturno che di certo non le lasciava molto tempo per svagarsi nelle ore diurne e rivalutarle. Per un momento, a quel punto, i suoi pensieri deviarono verso il vecchio locale dove aveva passato l'ultimo breve periodo della sua vita, i membri che vi avevano faticato con lei e tutti coloro che, per una via o per un'altra, se n'erano andati. Le venne in mente Errol e il cuore si fece temporaneamente pesante; e poi concordò con se stessa che forse avrebbe dovuto chiamare Catherine il prima possibile, avvisarla su quanto era accaduto invece di lasciarla completamente a se stessa, e ricominciare a sentirsi padrona della sua vita com'era stata prima che Aidan e Nicholas facessero tutto a pezzi.
Non provò nemmeno a rimproverarsi. Si sentì vile per quel pensiero, ma non in colpa.
Chi voleva prendere in giro, poi? Non le serviva l'aiuto di nessuno per demolirsi, era anzi più che in grado di farlo da sola; e le occasioni di dimostrarlo c'erano state. Stralci di conversazioni ormai lontane nel tempo e nella memoria riaffiorarono sulla superficie del suo pensiero come bolle d'aria dal fondo d'un lago: vecchi ammonimenti e biasimi che ora un familiare, ora un amico o un compagno le avevano rivolto e che lei s'era tenuta a ignorare nonostante conoscesse la verità che si celava in essi. E adesso? Ora che finalmente poteva restare a discutere con se stessa, stringendo una dannata sigaretta tra le dita sottili, non voleva vedere o sentire nessuno.
Avrebbe potuto chiamare Cat, sì, ma non si disturbò neanche a cercare il telefono: voleva restare a crogiolarsi tra le memorie delle tante se stessa che era e che era stata, restare a contemplare la propria immagine che svaniva nell'ombra di ogni singolo palazzo attorno a lei.
Alex, circondata da quella coltre buia che l'avvolgeva completamente, si sentiva quasi in pace. In quel profondissimo nero poteva sparire, annullarsi in un fondale neutro davanti al quale lo spettacolo della vita prendeva atto; e lei, restandone fuori, diventava meno di nessuno. Un nulla indefinito, invisibile, vuoto. Cosa non avrebbe dato per restare in quell'oscurità per sempre.
Prese un'altra boccata di fumo, l'aroma di tabacco le impregnò la gola.
«Tuo fratello sa che sei qui?».
Sussultò; la voce di William, alle sue spalle, la colse alla sprovvista. Si permise un sospiro seccato. Non ebbe bisogno di voltarsi a guardarlo per sapere che si trattava di lui: avrebbe riconosciuto quel tono arrogante fra mille. Credeva avrebbe impiegato più tempo a tornare (o quantomeno ci aveva sinceramente sperato) e ora che lui l'aveva colta nella sua breve fuga dall'appartamento di Dan, poteva immaginare quel suo sorriso sardonico senza nemmeno avercelo sotto gli occhi; la sola idea la disgustava perfino.
«Dorme» tagliò corto, secca, senza per altro rispondere alla domanda. Pensò che anche questo gli avrebbe fatto stirare le labbra in quella maniera sbilenca e disarmonica, quasi poteva udire il rumore della sua pelle che si piegava e raggrinziva ai lati della bocca.
«Lo prendo come un no,» affermò lui, grave «ti conviene finire quella sigaretta prima che si svegli.»
«Con tutto il rispetto: fatti i cazzi tuoi.» non provò nemmeno ad essere gentile; che tra lei e quel vecchio corvo non corresse buon sangue da molto tempo non era certo un segreto: men che meno per lui, che parve lasciarsi scivolare addosso quelle parole.
«Aidan non dorme molto, o sbaglio?» proseguì, infatti.
«Dipende.» sbuffò lei, scrollando le spalle con noncuranza «Credi che se fosse stato sveglio non sarei uscita comunque, Will? È finito il tempo in cui gli domandavo il permesso.»
«No, certo. Ma credo che tu non sia così crudele o stupida da procurargli più dispiaceri di quanti non gliene abbia già causati stasera».
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Hypnophobia (#wattys2017)
Paranormal#13 in Paranormale il 22.06.2016 - Grazie di cuore! ♥ Derange one life. Set the world on fire. «Sam, sono io! Sono sempre io! » Dicono che sbagliando, si impara dai propri errori. Alex Black non ha mai impara...
