Si rigirava la tazza di té ormai fredda tra le mani; era la terza (e ultima) bevanda che aveva ordinato quella sera, motivo per il quale non aveva più alcuna voglia di toccarla e assaggiarne il gusto completamente insipido al quale, dopotutto, si era perfino affezionato.
No: Sam se la teneva davanti agli occhi al solo scopo di contemplarla, specchiarsi sulla sua superficie imbrunita e riflettere sulle ragioni che lo avevano spinto non soltanto a ripetere l'ordine tre volte nella stessa occasione, ma soprattutto ad essersi aggrappato alla scusa di "una bevanda calda" per poter rimanere un po' di più lì: comodamente seduto al solito posto, lo stesso che lo ospitava dal primo giorno in cui aveva messo piede all'Holiday.
E si rese conto che, forse, non era soltanto il gusto scialbo di quel 'tentativo di tisana' ad essergli rimasto in bocca.
Ma poi aveva davvero bisogno di una timida scusa per restare?
Alzò gli occhi dal recipiente, lasciando correre lo sguardo lungo le pareti del locale: le sue vetrine sporche, i profili spigolosi dei tavoli e delle sedie che li circondavano, il bancone lucido, la comoda finestrella attraverso la quale venivano scambiate comande con pietanze. La sala era completamente vuota, la cucina deserta, gli sgabelli abbandonati: eppure non gli risultava difficile immaginare tutti quei pittoreschi personaggi che aveva osservato destreggiarsi come camerieri o clienti nelle ore che aveva trascorso in cerca di una bevanda calda e poche chiacchiere. Tutto era velato da una squisita aura di familiarità, che come una luce calda rischiarava l'ambiente rendendolo accogliente e spacciandone i difetti per apprezzabili particolarità.
Sollevò lo sguardo verso la cassa – naturalmente chiusa – vicino all'uscita e si figurò Catherine intenta a contare il denaro racimolato dopo una giornata di lavoro, mentre con una mano si lisciava una ciocca di capelli biondo grano; tra una seggiola e l'altra poteva ancora scorgere il fantasma del vecchio Errol, curvo su se stesso come un ramo rinsecchito, che con la scopa tra le mani e le cuffiette nelle orecchie puliva accuratamente il pavimento, fischiettando; dal di là dell'apertura che si affacciava sui fornelli - ormai sgrassati e spenti - ancora risuonava l'eco di una cacofonia metallica prodotta dal cozzare degli strumenti da lavoro del gigantesco Walter, perfettamente cadenzati dalle sue bestemmie pronunciate fra i denti e i suoi richiami agli aiutanti pronunciati in inconfondibile accento texano.
E poi, beh, poi c'erano gli ospiti: la moltitudine degli abitanti di Brooklyn, con le loro stranezze, le loro peculiarità, i loro modi di parlare e di vivere, le loro dipendenze, i loro vizi e le loro virtù.
Immerso fino al collo in quel via vai di gente d'ogni tipo, Samuel si era spesso sentito come appiattito, annullato in quel vortice di caratteristiche e differenze che in un certo senso finivano col farlo sentire ordinario: meno strano e inquietante di come molti altri, nei luoghi che era abituato a frequentare, l'avevano additato per anni.
E c'era della malinconia, raccolta sul fondo dei suoi occhi verdi, nel godersi gli ultimi, soffusi bagliori del vecchio Holiday al momento della sua chiusura serale: con le sue pareti incrostate che affogavano in un religioso, assoluto silenzio, come al calare del sipario sul finire di uno spettacolo.
Sorseggiando un po' di quel discutibile tè dal sapore di acqua zuccherata, ormai perfino troppo freddo per essere apprezzato, Sam contemplò tutta la magia di quel momento senza doversi più riparare oltre lo schermo degli occhiali, attendendo il momento in cui l'ultima attrice avrebbe dovuto abbandonare il suo palcoscenico.
«Finito!».
Il volto di Alex fece capolino dalla porta di servizio, con i fluenti capelli neri che ciondolavano lungo le spalle.
Sam le rivolse immediatamente lo sguardo, ruotandosi di scatto e rischiando di urtare violentemente il bancone con il manico della tazza. Sorrise, impacciato.
«Credevo che avessi scovato un passaggio segreto per qualche dimensione parallela.» la canzonò, adagiando l'oggetto sul ripiano che aveva davanti e alzandosi in piedi per sistemarsi la giacca sulle spalle. Troppo grande per il suo fisico asciutto: come sempre, del resto.
«Nel magazzino?».
La seguì con gli occhi, mentre finalmente usciva dal suo antro per mostrarsi in tutta la sua eleganza: scompigliata, stropicciata dalla fatica del lavoro, con gli occhi cerchiati da un paio di occhiaie scure ed avvolta nel cappotto nero al di sotto del quale spiccava il giallo senape della sua solita uniforme. Indossava quella sua eccentrica bellezza come fosse stata un vecchio abito.
«Sei stata lì dentro per parecchio.»
«In che anno siamo? Potrei aver perso il conto.»
«Davvero?» sollevò distrattamente le sopracciglia, avvicinandolesi di un passo «E dove hai parcheggiato la DeLorean?».
Le labbra di lei si distesero e poi schiusero per lasciare uscire una breve risata; non potè non esserne contagiato. Avvertì la sua bocca stirarsi autonomamente, come seguendo una piega naturale del suo stesso volto.
Era lei a provocargli tutto questo.
Lei, che per prima, in una notte di pioggia come tante altre, gli aveva permesso di entrare alle quattro del mattino.
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Hypnophobia (#wattys2017)
Paranormal#13 in Paranormale il 22.06.2016 - Grazie di cuore! ♥ Derange one life. Set the world on fire. «Sam, sono io! Sono sempre io! » Dicono che sbagliando, si impara dai propri errori. Alex Black non ha mai impara...
