Capitolo 25 - Merit and Guilt

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L'imputato entrò in aula con passo moderato, mentre tutti i presenti – in piedi sulle loro gambe dritte – si voltavano a guardarlo malcelando la loro curiosità.
Nicholas appariva completamente tranquillo, sereno, come se il fatto di essere stato messo sotto processo per l'accusa di numerosi omicidi da lui commessi non lo preoccupasse in alcun modo. Anzi: non ne era minimamente scalfito. Era vestito di tutto punto: con una giacca grigia e pantaloni perfettamente stirati dello stesso colore, il bavero della camicia che gli accarezzava il collo, il riflesso dorato della catenina che si intravedeva tra i lembi di tessuto.

William lo osservava dal suo posto, guadagnato più con l'astuzia che per diritto. Ma anche stavolta, infiltrarsi nell'edificio era stato facile: nell'angolo in fondo a destra della sala, osservava la scena con discreto interesse, lasciando scivolare lo sguardo sul profilo dell'assassino, sui suoi occhi glaciali e le sue labbra fresche; era un ragazzo, ai suoi occhi poco più che un bambino. Inesperto, volubile, certamente non un genio del crimine tale da poter architettare il piano che si preparava a mettere in atto da solo: perché quell'incomprensibile calma che gli si leggeva in volto non poteva che essere dettata dalla sicurezza in una scappatoia premeditata. A quale cavillo legale si sarebbe aggrappato? Che tecnica avrebbe sfruttato per tirarsi magistralmente fuori da quella situazione?
Avrebbe visto il volto di Coleman, tra le decine di persone presenti ad assistere?

Il processo ebbe ufficialmente inizio alle 7.08 del mattino. In ritardo di tre minuti, come ebbe modo di considerare. Un altro aspetto della burocrazia americana che William non tollerava: l'inattenzione ai dettagli. O forse no: era solo quell'accento così sgraziato rispetto al suo amato inglese di Londra a dargli sui nervi. Ogni parola, ogni sillaba veniva masticata e martoriata, aperta e allungata fino a perdere ogni sfumatura del suono per esprimere il quale, all'inizio, era stata concepita.
Intollerabile. Ascoltare il chiacchiericcio degli spettatori di quel magro spettacolino gli dava semplicemente il voltastomaco.

Le porte d'ingresso furono chiuse dopo qualche secondo da un apposito operatore, mentre il giudice – un uomo calvo, dalla carnagione olivastra, gli occhi infossati e col mento lievemente velato di barba – picchiò il martello sulla superficie lignea della cattedra, per ricondurre al silenzio quello che già si era ridotto ad un appena percettibile brusio di sottofondo omogeneamente diffuso nell'intera sala. Dopo aver esaminato un documento messo per lui a disposizione, prese la parola ed enunciò con voce grave e potente i capi d'accusa per i quali Nicholas Smith sarebbe ben presto stato punito: una lista interminabile, di fronte alla quale il ragazzo non si scompose affatto; a metà dell'elenco cominciò perfino a guardarsi intorno con aria annoiata, accostando la bocca all'orecchio del suo avvocato per pronunciare chissà quali parole insofferenti.
«Come si dichiara l'imputato?» domandò il giudice, finalmente, sollevando con serietà gli occhi neri su quelli celesti e limpidi del che aveva di fronte. Nick si inumidì le labbra con la punta della lingua, scrollò le spalle e si prese tutto il tempo di guardarsi intorno ancora una volta, come pregustando lo stupore che la sua risposta avrebbe generato tra i suoi personalissimi spettatori. Assaporava così il gusto prelibato del suo pubblico.
Dunque rivolse il suo sguardo all'avvocato della difesa – una giovane dalla carnagione scura e i capelli neri ordinatamente raccolti in uno chignon sulla nuca – e sussurrò poche parole che bastarono a farla irrigidire. William, dal suo posto in fondo alla sala, osservò le spalle della poveretta raddrizzarsi di colpo, mentre i suoi occhi nocciola vagavano sul volto del cliente alla ricerca di una spiegazione.
Discussero a bassa voce per una considerevole manciata di secondi; abbastanza da irritare il loro interlocutore, che aggrottò la fronte con aria decisamente contrariata.
«Allora, come si dichiara?» incalzò, impaziente.
L'avvocato, al richiamo, fremette. Si strinse le mani al grembo, abbassò lo sguardo, poi si alzò in piedi e prese fiato per dichiarare: «Non colpevole, vostro onore».

Hypnophobia (#wattys2017)Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora