Era sul fondo di quell'immenso ambiente.
Sam si guardò a lungo intorno, lasciando scorrere lo sguardo di giada sul teatro di lamiere e vestigia di un'epoca industriale demolita dagli anni e dal tracollo finanziario, oltre che dai macchinari che da qualche anno erano stati messi in funzione per distruggere quegli ultimi resti.
Sollevò lo sguardo verso il lontanissimo soffitto – l'idea che fosse collocato così in alto, al di là dello scheletro in acciaio che lo sosteneva saldamente, lo angosciava: si sentiva annichilito, di fronte a quella mole schiacciante – e accolse con una smorfia le gocce d'acqua piovana che, impertinenti, s'insinuavano attraverso le aperture scavate nelle parti più danneggiate dell'edificio, tracciando il loro percorso verso il basso fino a infrangersi sulla sua fronte.
Non era mai entrato alla Domino Sugar Refinery; l'aveva vista da lontano – come non notarla? – ogni volta che aveva percorso il Williamsburg Bridge con la sua automobile e, naturalmente, l'aveva sentita nominare un paio di volte tramite giornali e telecronache, perfino dalla bocca di Alex nella lista degli edifici abbandonati per i quali provava una distorta simpatia: ma non aveva mai perlustrato l'edificio personalmente, specie dal momento che era stato dichiarato in via di demolizione da circa un anno.
Il ticchettio dello scolo, ritmico e leggero come fosse stato uno studiato sottofondo al macabro spettacolo al quale si preparava ad assistere, era sovrastato soltanto da un sottile vociare appena percettibile e dall'incalzare dei passi di Virgil, che lo precedeva, ai quali fecero presto eco i suoi.
Si fecero strada entrambi tra la folla: prima tra i giornalisti che cercavano di scavarsi una via per la prima pagina, poi tra gli agenti della scientifica che facevano marcia indietro verso i furgoni all'esterno dell'edificio, nel tentativo di riporre la documentazione collezionata.
Mano a mano che procedevano, i presenti si disperdevano e tutto, attorno a loro, si faceva più cupo e silenzioso.
Giunsero sul fondo di quell'immensa sala dopo appena un paio di minuti di marcia; lo sguardo di Samuel indugiò ancora per qualche istante sul misto di grigio e rame che tingeva le pareti con una tonalità appariscente e penetrante, prima di spostarsi sul rosso intenso che imbrattava il pavimento ai suoi piedi.
L'odore metallico del sangue si combinava perfettamente a quello della ruggine, lasciando che a colpirlo dritto allo stomaco, questa volta, fosse il complesso visivo di quella scenografia che era stata allestita prima dell'arrivo dell'FBI.
Dovette fare appello a tutta la sua buona volontà per non perdere la calma e fare dietrofront per imboccare l'uscita. Nella sua testa risuonarono le parole di Ariane, in quel monito che era diventato quasi un ritornello nelle ultime settimane: "Trascorri troppo tempo a lavoro. Tu sei come una spugna: assorbi tutto ciò che vedi".
Ciò che vide sollevando gli occhi sul corpo della vittima fu qualcosa che difficilmente si sarebbe scrollato di dosso.
Impantanata nel lago di sangue che le si era formato attorno ed illuminata dalla luce traballante di un faretto piazzato in alto, una ragazza era inginocchiata a terra, sorretta da un complicato sistema di sostegni metallici che le perforavano la carne ridotta a brandelli; con le mani legate tra loro e il capo corvino leggermente chinato all'indietro, simulava un pietoso gesto di preghiera.
Il corpo nudo e cinereo era straziato da innumerevoli squarci e fori appositamente studiati per i supporti innestati mentre la vittima respirava ancora: ne erano segni i fiumi di fluido rosso che erano sgorgati dalle perforazioni, lasciando una visibile traccia rappresa sul loro passaggio. All'altezza della spalla, come nei cadaveri precedentemente macellati dallo stesso assassino seriale il cui operato Samuel riusciva ormai ben a distinguere, i tessuti erano stati strappati via con violenza, lasciando scoperto il muscolo lacerato e parte dell'osso scarnificato.
Ma ciò che colpiva di quel quadro, così in contrasto con la violenza dell'omicidio, era la cura con la quale il volto era stato lasciato integro e pulito, i capelli neri perfettamente pettinati e le singole ciocche disposte ordinatamente in modo che scivolassero con morbidezza su ciò che restava delle spalle. Soltanto avvicinandosi ulteriormente – trattenendo il fiato come per paura di perderlo del tutto – Sam notò i rigagnoli vermigli e sottili che solcavano le guance di quella povera donna, attribuendole l'aria sofferente del pianto a partire dalle palpebre scavate, pesantemente chiuse.
Inorridì, tirandosi indietro non appena realizzò cosa mostravano i tasselli di quel mosaico una volta allineati.
«Mancano gli occhi.» considerò a bassa voce, la voce rauca e graffiata dal respiro che gli veniva meno. Quel misto di ruggine e sangue era un odore al quale il suo corpo non riusciva ad abituarsi, gli pareva di soffocare.
«Non solo gli occhi.» fu la risposta di Virgil, che invece mantenne il solito tono pieno e grave, che risuonò possente nell'immenso ambiente vuoto.
«No, non solo gli occhi. Ma guarda: è diverso.» affermò Sam, indicando il volto della deceduta con un immenso sforzo nell'obbligarsi a guardarla ancora. «La curva del collo, la scapola, il torace... è come se l'avesse sbranata viva,» se le sue ipotesi fossero state esatte (e raramente non lo erano), nulla avrebbe impedito al carnefice di farlo «ma con gli occhi è diverso. Li ha estratti con cura: la pelle, le palpebre... il viso è perfettamente intatto, vedi?».
Con l'indice e il medio tesi in avanti, Samuel disegnò dei piccoli cerchi in aria volti a indicare la il complesso del volto che stava descrivendo, mentre volgeva di sottecchi piccole e brevi occhiate a Virgil attraverso le lenti degli occhiali, per accertarsi che stesse seguendo il suo discorso.
Lo vide annuire un paio di volte, sommessamente.
Tirò indietro il busto e mosse un paio di passi per allontanarsi.
«No, questo... questo è più che una semplice carneficina.»
«Come lo interpreti?»
«Guardala, Virgil...» per un momento, Samuel sperò davvero che spiegazioni ulteriori non fossero necessarie; invano, naturalmente: ma parlare di quella donna – di quanto le avevano fatto – come se lei non fosse nemmeno stata lì, fredda e rigida, lo faceva sentire a dir poco disumano.
Cominciò a pensare di aver in buona parte sbagliato nel non aver seguito il suggerimento di Ariane.
«La guardo. È una donna che prega.»
«Non è solo questo.» la voce tremava, la sicurezza iniziale vacillava «guarda meglio». Seguì un breve silenzio. L'agente federale non parve cogliere le sottili sfumature che, invece, a Samuel apparivano tanto chiare. Fu quest'ultimo a pronunciarsi, alla fine, accompagnandosi con un breve sospiro esasperato, perfino irritato: «È la posizione e l'espressione del viso e la cura del dettaglio; è la luce che la illumina dall'alto. È tutte queste cose.» diede le spalle alla donna in ginocchio per una manciata di secondi – il tempo di richiamare a sé ogni briciolo di calma residua nel suo corpo, prima di continuare – dunque tornò ad osservarla, nervoso, incassando il colpo violento di quell'atroce spettacolo esattamente come aveva fatto nel primo momento. «Che sia lui io credo sia fuori da ogni dubbio; prima tutta la carne da macello, resa completamente irriconoscibile... poi quel macabro capro espiatorio, e dopo ancora questo: guarda, Virgil, sembra un allestimento teatrale, potrebbe perfino riprendere un quadro. È un perfezionamento.» deglutì, quando il suo sguardo incrociò ancora la pozza cremisi nella quale per poco non finì per intingere le suole delle scarpe; la saliva che scivolava lenta lungo la gola riarsa lo obbligò a tossire un paio di volte, prima di proseguire con la deduzione.
«Stai cercando di dirmi che le altre donne che ha massacrato fa parte di una serie di bozzetti d'artista?»
«Non sto cercando di dirtelo: è esattamente quel che ho detto. Ha sperimentato senza dare forma concreta ai suoi modelli e adesso... adesso è pronto a farlo».
Virgil non rispose; neanche Samuel, del canto suo, trovò coraggio o cuore d'aggiungere altro. Il silenzio calò sull'ambiente come una macabra sindone che nessuno ebbe la forza di sollevare prima di parecchi minuti.
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Hypnophobia (#wattys2017)
Paranormal#13 in Paranormale il 22.06.2016 - Grazie di cuore! ♥ Derange one life. Set the world on fire. «Sam, sono io! Sono sempre io! » Dicono che sbagliando, si impara dai propri errori. Alex Black non ha mai impara...
