Capitolo 27 - Head or Tails

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Non si era limitato a romperlo solamente, no: l'aveva completamente distrutto. Aidan aveva lanciato il cellulare con tutta la forza che aveva al solo scopo di vederlo schiantarsi contro la parete e finire in mille schegge di plastica e sottilissimo vetro; poi, non soddisfatto, gli aveva rifilato un calcio che aveva assunto più o meno la funzione di un rabbioso colpo di grazia.
William aveva assistito all'intera scena senza pronunciare una parola più del necessario. Non che il suo interlocutore gli avesse dato ascolto, naturalmente: non aveva immagazzinato neanche una sillaba delle sue considerazioni. Era troppo impegnato ad essere furioso: con tutto e di tutto.
Furioso con se stesso, con la sua famiglia, con sua sorella che non gli dava mai ascolto.
Furioso per ogni maledetta volta che aveva cercato di farla ragionare e si era ritrovato il naso schiacciato dalla porta che gli aveva chiuso in faccia; per ogni notte in cui aveva udito l'eco ovattato dei suoi singhiozzi lontani, giurando a chissà quale Dio impietoso che sarebbe stata l'ultima.

E ora, mentre lentamente quella rabbia incandescente evaporava dalla sua pelle, Aidan guardava i frammenti del telefono ormai inutilizzabile giacere ai suoi piedi, inerti.
Li guardava e contemplava se stesso: lo spettro della sua vita messa in ginocchio dagli eventi, fatta a brandelli dalle sue stesse mani. Ogni volta che cercava di porre un rimedio, qualcosa andava irrimediabilmente storto.
Perché l'aveva fatto a pezzi? Non sapeva dirlo. Distruggere era nella sua natura, per quel che aveva imparato. Delle volte aveva perfino l'impressione di essere stato maledetto.
Prese un respiro profondo, recuperò un briciolo di calma e si passò entrambe le mani sul viso arrossato, calando le palpebre sugli occhi di puro zaffiro. Sentiva la pelle bruciare al contatto, senza saper definire se si trattasse o meno di una sensazione scaturita dalla sua immaginazione. 

«Potresti, cortesemente, darti una calmata» la voce di William, placida come l'acqua di uno stagno appena increspata sotto il soffio del vento, risuonò grave per il salotto dell'appartamento, in cerca della sua attenzione «e ascoltare quello che ho da dirti?».
L'altro si voltò verso di lui: l'uomo di ferro, sottile come uno stelo d'erba, mostrava i suoi lineamenti affilati e sottili al punto da assomigliare al ritaglio seghettato di un foglio di carta. C'erano stati giorni in cui, non esattamente in una delle sue migliori performance in fatto di lucidità, Aidan aveva pensato che piegando un cartoncino bianco abbastanza volte da ottenerne una serie di piccoli triangoli, per qualche inspiegabile ragione ne sarebbe saltato fuori lui, spigoloso e pallidissimo, con le sue labbra estremamente fine e la sua appendice nasale abbastanza lunga da intrufolarsi facilmente negli affari altrui.

«Sono troppo sobrio per ascoltare quello che hai da dirmi.» affermò con voce tremante, ma finalmente sfruttando un tono abbastanza dosato da non spaccare i timpani al suo interlocutore.
Si avvicinò ad un tavolino al lato della stanza, dove aveva predisposto la maggior parte degli alcolici. Di solito li chiudeva in una vetrina – un pezzo d'antiquariato acquistato a buon prezzo più per nostalgia che per gusto personale: un vecchio mobile che aveva decisamente tutta l'aria di aver visto tempi migliori – ma, visto che a causa di quel dannatissimo Barker doveva trascorrere la maggior parte delle sue giornate rinchiuso tra le mura di casa a rimuginare sulle vecchie e nuove ferite, aveva pensato di addolcirsi l'umore costantemente tetro con un po' di quel delizioso nettare.
In questo caso, avrebbe privilegiato un po' di caro, delizioso liquore Bénédictine importato direttamente dalla Normandia.
Non che, per la verità, rientrasse esattamente nelle sue bevande preferite: ma c'erano momenti nei quali perfino Aidan amava riassaporare il gusto speziato della sua Francia, tanto amata e tanto odiata.
Il fatto era questo: non gli mancava davvero Parigi, ma l'esperienza che ne aveva fatta a suo tempo; come poteva descrivere un tale stato d'animo? Non credeva nemmeno che fosse possibile provare un sentimento tanto contrastante all'infuori dei riguardi di una donna, figurarsi se s'era mai sognato di farne oggetto una terra. Eppure...
«Bene, certo: perdi pure il tuo tempo come meglio credi.» lo ammonì William, nuovamente torvo, con le braccia lunghe intrecciate al petto come lunghe serpi albine «Dopotutto, ne hai così tanto: giusto?».
Brividi. Poteva avvertire il suo sguardo glaciale puntato dritto contro la sua schiena e immaginare ogni dettaglio del suo volto acuminato tanto serio da conferirgli un'aria sempre esageratamente autorevole, perfino austera.
Chissà cosa l'aveva reso tanto severo, quel volto.

Hypnophobia (#wattys2017)La tua prossima ossessione. Scoprilo ora