Capitolo 33 - Tell No One

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Si rigirò quella fotografia tra le lunghe dita affilate: una, due, tre volte; ne esaminò ogni centimetro senza rintracciare una singola, minuscola, decisiva traccia di contraffazione. Lo scatto non era stato manomesso e, contro ogni logica alla quale Will avrebbe potuto fare appello, ritraeva una giovane donna - no, non una: proprio quella donna - dalle fattezze minute e graziose: un volto piccolo e fino, gli occhi da cerbiatta incorniciati da un fiume di capelli color rosa pastello come fosse direttamente uscita da un programma educativo per bambini; la affiancava un giovane uomo dall'improponibile chioma rosso fiamma, quasi di spalle, del quale s'intravedeva il profilo del viso e il sorriso un po' sbilenco che gli animava le labbra rosee. Sullo sfondo, trionfava il ponte di Brooklyn.
La data dello scatto, impressa con l'inchiostro di un pennarello alla base della foto, risaliva a circa cinque giorni prima.
Cinque giorni.

«Non è possibile,» ribadì mentre passava l'immagine al compagno e si metteva al volante della sua vecchia auto, aggrottando la fronte e stirando la bocca fino a ridurla a una sottilissima fessura «avrebbe quasi duecento anni ora, non può essere lei. Nessun essere umano è in grado di vivere tanto a lungo».
Charlotte era appartenuta al genere umano, su questo non correva alcun dubbio. Ed era stata volontà di entrambi i suoi tutori – William e Aidan stessi – che restasse tale, per salvaguardarne l'incolumità e il benessere: avrebbe dovuto condurre una vita ordinaria, sposare un uomo ordinario, entrare a far parte di una famiglia ordinaria e restare soltanto ai loro occhi la donna straordinaria che era stata.
Invece, poi, la piccola e dolce Charlotte era scomparsa troppo presto anche solo per trovarsi un marito, il che per l'epoca era una delle principali aspirazioni alle quali una donna potesse puntare fin dalla giovane età. Si trattava d'altri tempi, di un'altra società e, naturalmente, tutto un altro mondo.
«Eppure le somiglia così tanto... neanche una discendente diretta potrebbe ricalcare i suoi tratti somatici in modo così accurato.» Will si portò una mano al volto, massaggiandosi con l'indice e il pollice il setto nasale dopo averlo agguantato malamente appena al di sotto delle rade sopracciglia.

Aidan non rispose. Spalancò burberamente la portiera nera e montò sul sedile anteriore in silenzio, richiudendo l'anta con uno schiocco tanto forte da far traballare anche il compagno. Quest'ultimo gli scoccò un'occhiata di disapprovazione, prima di soffermarsi ad analizzare la sua espressione.
Non ne ricavò granché. Sembrava assorto in un qualche pensiero: la fronte aggrottata, le labbra serrate, lo sguardo che oltre il finestrino mirava un punto lontano e indistinto. Forse pensava ancora a sua sorella, distesa nel letto gelido al quale la morte l'aveva relegata: nel notare gli occhi ancora lucidi delle lacrime che aveva cacciato indietro per tornare al lavoro, Will considerò che avrebbe magari dovuto sentirsi in colpa per non aver provato la minima compassione nei confronti di Alex. Forse il suo mestiere l'aveva desensibilizzato troppo rispetto a tragedie simili, aveva imparato ad abituarcisi come i macellai fanno il callo a spezzare il collo a polli e conigli.
Aveva guardato Alex Black come un cadavere tra tanti e neanche per un istante, sotto lo sguardo ammonitore di quel Sam che tanto si ostinava a proteggerla dal suo bisturi improvvisato, si era sentito afflitto per lei. La sua vita procedeva lineare, indirizzata verso il successivo enigma da risolvere.
Un enigma che portava una C scarlatta incisa sopra.

Congedando i suoi pensieri dal tempio che era la sua mente, infilò la chiave nel quadro di controllo dell'automobile e la mise in funzione dopo un tentativo andato a vuoto. Il motore ringhiò, infastidito dalla sveglia notturna, ma non si ribellò.
Percorrendo i primi metri del rientro, riprese il discorso: «Come può essere finita su una foto del ventunesimo secolo?» cigolò, come una vecchia porta.
«È lei.» bofonchiò l'altro distrattamente, con voce roca e la testa abbandonata allo schienale. Così conciato, non si mostrava particolarmente collaborativo.
«Sì, di chiunque si tratti, indubbiamente le somiglia parecchio.» confermò William, ancora mal disposto ad accettare la realtà dei fatti «Deve trattarsi di una manomissione di strabiliante fattura dato che - non amo ripetermi - sono passati più di duecento anni dall'ultima volta in cui...»
«No, Will» bruscamente interrotto dalla voce del suo interlocutore, sollevò su di lui le iridi cristalline «non c'è nessuna manomissione: è lei».
I due si scambiarono un lungo sguardo, prima che Aidan tornasse a concentrarsi sul variopinto panorama delle strade di New York, fuori dal finestrino; il vecchio medico arricciò il naso prominente e indagò il volto del compagno senza capire.
«E secondo quale logica?» protestò, nervoso «Non può essere di certo sopravvissuta così a lungo, ti pare? Non senza che...».

Hypnophobia (#wattys2017)Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora