Capitolo 17 - Black Eyes

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«Ancora uno scatto!»
Emily tratteneva la fotocamera tra le piccole dita affusolate, l'occhio accuratamente proiettato a catturare un'immagine attraverso l'obiettivo.
Il ponte di Brooklyn.
Niente a che vedere con il suo affezionato Tower Bridge, certo, né con i paesaggi pittoreschi di Sherborne; ma ugualmente uno spettacolo degno di nota. Sbirciando dal mirino dello strumento, oltre la scia di luminarie azzurrine che tracciavano il profilo del viadotto, poteva scorgere le sagome scure degli edifici di Manhattan che svettavano sui palazzi più in basso, puntellati di stelle artificiali.
Click, click.
Ecco cosa le piaceva della fotografia: raccogliere quell'immensità in una singola istantanea; un momento, un ricordo, un frammento di memoria reso immortale: permettergli di sopravvivere al di là del tempo e dello spazio. Delle volte, pensava che avrebbe voluto catturare brevi istanti della sua vita di un tempo in una collezione di immagini da conservare in un raccoglitore: decidere quando guardale o meno, infine quando disfarsene.
Invece, più procedeva in avanti, più i primi ricordi si facevano offuscati, più quelli vicini gli unici reali e tangibili. Dopo più di un secolo, la sua primissima infanzia era diventata pressoché inafferrabile. I fondali erano grigi e sfocati, le sagome prive di contorni; quasi ovunque, laddove la mente non la tradiva, campeggiava il volto di suo padre con i suoi sorrisi gentili – che con lei non aveva mai risparmiato – e gli occhi azzurri di lui.

Ah, quell'azzurro intenso che inghiottiva tutto: luci, ombre, ogni colore. Sovveniva emergendo all'improvviso dagli abissi della sua mente ed erano difficili da cacciare: si ancoravano ai suoi pensieri come un'esca col pesce, erano una malattia. E poi arrivava quella canzone, sussurrata a mezza voce, la sua voce, neanche avesse avuto paura di svegliarla da quel sognare ad occhi aperti.

Очи чёрные, очи жгучие,
очи страстные и прекрасные,
как люблю я вас, как боюсь я вас,
знать увидел вас я не в добрый час.

Un tempo non sapeva di cosa si trattasse. Pensava che fossero parole inventate, quelle che lui mormorava ad ogni tempo morto, per una strana assonanza che doveva divertirlo. Era stato il suo patrigno a spiegarle che si trattava di una canzone popolare russa, Occhi neri, e che era da lì che il suo benefattore proveniva.

Occhi neri, occhi appassionati,
occhi infuocati e bellissimi,
quanto vi amo, quanto vi temo,
di sicuro, vi ho scorto in un momento sfortunato.

Ogni tanto si ritrovava a canticchiarla anche lei, quella vecchia canzone: e ripensava alla Francia, all'Inghilterra e a tutti i viaggi in cui l'aveva seguito senza sollevare una sola domanda. Delle volte si convinceva di poter dimenticare tutte le note di quella melodia e, con esse, bruciare il suo viso per sempre, sradicarlo dal suo inconscio una volta per tutte.
Ma alla fine lo sapeva: ogni tentativo era inutile.
Era stato il suo intero universo per tanto, troppo tempo.

«Pianeta Terra a Emily Walsh, mi ricevi?»
La voce di Danny la fece trasalire e per un soffio la fotocamera non le sfuggì dalle mani. La melodia cessò all'improvviso ed Emily si concesse un breve sospiro di sollievo; meno male che era assicurata al suo collo!
«Hai scattato?»
A quel punto, si voltò verso il compagno di sventure, scoccandogli uno severo sguardo di rimprovero. Quello si lasciò sfuggire una breve risata, sollevando le mani in segno di resa.
«Sei rimasta imbambolata per almeno cinque minuti buoni! Cominciavo a pensare che fossi entrata in contatto con l'astronave madre.» si giustificò, accompagnandosi con un energico movimento del capo che fece ondeggiare le ciocche rosso elettrico ricadute sui lineamenti dolci del volto.
Proprio in quel momento, Emily si voltò verso di lui, puntandogli contro l'obiettivo della fotocamera e catturando l'espressione sciocca che campeggiava, trionfante, sul suo viso. Accecato dal flash, Danny sbatté le palpebre un'infinità di volte, barcollando da una parte all'altra del marciapiede.
«Gesù... potresti tirare giù un tirannosauro con quell'affare!» si lamentò, stropicciandosi gli occhi nocciola con le mani per poi passarsele lungo le guance imberbi. Di tutta risposta lei si lasciò sfuggire una breve risata, divertita da quel suo impacciato barcollare: nemmeno l'avesse appena tramortito con un colpo al cranio!

Hypnophobia (#wattys2017)Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora