Infilò la chiave nella serratura e ve la girò lentamente con un movimento stanco della mano, mentre si passava le dita libere sugli occhi affaticati nel tentativo di recuperare un minimo di lucidità.
Da quanti giorni Sam non dormiva decentemente? Ne aveva perso il conto. Dovevano essere trascorse più o meno tre settimane dall'ultima volta che aveva passato quasi un'intera notte senza svegliarsi di soprassalto in preda agli incubi; poi la situazione era andata peggiorando, all'ansia contro la quale schierava il suo esercito di pasticche s'erano aggiunti quei bizzarri episodi di sonnambulismo dei quali aveva parlato qualche ora prima con Ariane e che lei aveva imputato allo stress da troppo lavoro.
Fatto stava che, tra il timore di ritrovarsi per strada in piena notte, scalzo, con i pantaloni del pigiama, il torso nudo e nessuna pallidissima idea di com'essere finito lì, Sam aveva deciso di privarsi volontariamente del sonno quando ne aveva la possibilità: il che non era un rimedio, né una decisione saggia, ma quantomeno preservava quel po' di sanità mentale che gli rimaneva quanto bastava per arrivare al lavoro il giorno dopo e fare finta niente.
Ecco spiegate le occhiaie profonde che campeggiavano, livide, sotto i suoi occhi verdi; ecco motivato lo sguardo assente, che passava dalla maniglia alla chiave come se si aspettasse di dover dedurre qualcosa da quella combinazione. Ma ragionare, con l'emicrania che gli corrodeva il cervello come un acido, era tutt'altro che semplice.
Con uno scatto secco, la vecchia porta di legno si aprì.
Fu un rumore a malapena percettibile, tuttavia abbastanza penetrante da infastidire il proprietario di casa, che strizzò le palpebre con un'espressione stizzita e imprecò fra i denti con una certa malagrazia. Estrasse le chiavi tintinnanti dalla fessura che le abbracciava – Dio, chi mai aveva inventato tutti quegli inutili suoni? – e le abbandonò ad un piattino appositamente disposto su un mobile spoglio all'ingresso. Affidò la giacca (la solita giacca) all'appendiabiti, si tolse le scarpe, sorpassò la cuccia di quello che un tempo era il suo cane e che ormai non aveva lasciato altro se non un posto vuoto, poi mosse i propri passi verso il salone per potersi accomodare sulla sua vecchia poltrona di pelle; la stessa che, anni addietro, era appartenuta a suo padre.
Già.
Poteva sembrare strano: possedere così tanti oggetti del suo passato; vecchie cianfrusaglie che spesso non avevano neanche un gran significato, ma che era meticolosamente andato a cercare di abitazione in abitazione una volta raggiunta l'età per farlo: libri, videocassette, mobili, anche alcuni abiti rimasti in polverosi armadi per un'intera decina d'anni.
Non li usava, poi: non gli servivano sul serio.
Semplicemente, Sam era restio al cambiamento. Si aggrappava a momenti, situazioni, istantanee di un passato già fuggito dei quali conservava quanto poteva, quasi avesse paura potesse svanire nel nulla. Forse anche per questo non aveva cambiato la disposizione dei mobili neanche una volta, da quando aveva ricevuto l'ultima visita.
Era tutto esattamente come l'aveva lasciato: la cartella del caso Lecter sul tavolino, la videocassetta di Dracula inserita nel mangianastri, la custodia in plastica con la stampa della locandina disordinatamente abbandonata ad un ripiano dello scaffale. Così, mentre con lo sguardo Samuel ripercorreva tutti i tasselli di quel vecchio mosaico che era la sua vita, catturandone ancora gli ultimi momenti, non poté fare a meno di ritrovarsi a pensare a lei.
Non che non l'avesse fatto di frequente, negli ultimi giorni.
D'altronde non riusciva a darsi una spiegazione di quanto era accaduto dal momento in cui l'aveva vista sparire oltre la sua porta – o meglio: una spiegazione se l'era data; ma una parte di lui stentava ancora a convincersene – e d'altra parte doveva anche riconoscere che di normale, dal loro primo incontro all'ultimo, non c'era mai stato niente.
Alex non aveva mai avuto niente di ordinario ai suoi occhi, proprio per quella sua capacità di non riconoscere alcunché di strano in lui, che difficilmente avrebbe trovato un solo dettaglio nella sua vita in grado di uniformarlo al resto della comune gente di New York.
Naturalmente, aveva provato a richiamarla; ma lei non aveva risposto neanche una volta. Aveva ascoltato la voce registrata della sua segreteria telefonica da impararne a memoria tutto il discorso. Pareva scomparsa: evaporata come una pozza d'acqua esposta per troppo tempo al sole. Perennemente irraggiungibile su ogni dispositivo, anche di persona sembrava impossibile da rintracciare: più di una volta aveva passeggiato in tarda serata davanti all'Holiday, aspettandosi di vedere la folta chioma bruna che aveva accarezzato con quelle sue stesse dita far capolino dalla porta del locale.
Eppure – al di fuori di un'insegna spenta e di una porta chiusa a chiave – non aveva trovato nessuno ad attenderlo.
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Hypnophobia (#wattys2017)
Übernatürliches#13 in Paranormale il 22.06.2016 - Grazie di cuore! ♥ Derange one life. Set the world on fire. «Sam, sono io! Sono sempre io! » Dicono che sbagliando, si impara dai propri errori. Alex Black non ha mai impara...
